Roma, 15 Dicembre 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



13/12/2015 M.Causi
La crisi delle banche: interventi di emergenza e interventi di sistema

Quattro piccole banche territoriali italiane sono andate in crisi e rischiano di fallire, sotto il peso di 9 miliardi di sofferenze, quasi il 40 per cento dei loro attivi. Il governo è intervenuto con un decreto di urgenza per minimizzare i danni, dentro le regole europee. Diciamo subito, partendo dalla fine, che l´intervento del governo è necessario ed è efficace. Ma che l´entità raggiunta nel sistema bancario italiano dai crediti deteriorati (più di 200 miliardi), coda velenosa della crisi dell´economia reale, chiama in causa politiche di sistema e non solo di emergenza. Nella costruzione di queste politiche il riformismo italiano deve avere la forza di contrastare e sconfiggere posizioni di rendita e conservatorismi − ad esempio proseguendo il consolidamento industriale del settore bancario avviato con la riforma delle Banche Popolari − e le istituzioni europee devono avere la saggezza di affiancare l´Italia, evitando comportamenti miopi e inerzie burocratiche − ad esempio sbloccando finalmente le trattative in corso da un anno per un´azione di sistema che permetta di ridurre il peso delle sofferenze nei bilanci bancari.

Bastano pochi numeri a dimostrare l´utilità dell´intervento governativo. E´ vero che, per effetto delle regole che impediscono il salvataggio prima di aver fatto partecipare ai costi della crisi gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, alcune migliaia di risparmiatori vengono colpiti − e si dovrà mettere in campo ogni azione sensata e ragionevole per garantire loro giustizia, se ingannati, nelle sedi giudiziali e stragiudiziali, e comunque sostegno di tipo sociale se le perdite subìte dovessero determinare condizioni di particolare vulnerabilità. Ma è altrettanto vero che il salvataggio consente di non interrompere le funzioni essenziali dei quattro istituti e con ciò protegge gli interessi di un milione di correntisti e di 200 mila imprese il cui credito − cioè la sopravvivenza − è garantito da quelle banche, oltre che di 6 mila lavoratori. Si parla di più di 12 miliardi di depositi e più di 2 miliardi di obbligazioni ordinarie.

Le critiche che si sentono e leggono in questi giorni non stanno in piedi. I provvedimenti di Banca d´Italia − non del governo, che non ne ha la competenza - che hanno avviato la risoluzione sono opponibili nelle sedi giudiziali, come sta avvenendo nel caso di Spoleto, e lì si vedrà certamente che nessuna decisione è stata presa al buio o senza motivazioni. L´uso del Fondo di garanzia interbancaria avrebbe portato all´infrazione comunitaria, con ciò gettando incertezze su tutte le azioni successive − collocamento sul mercato delle nuove banche, cessione dei crediti deteriorati da parte della "banca cattiva"; insomma, bene ha fatto il governo a scegliere la strada della prudenza, sempre con la finalità di preservare attività e valore delle nuove banche liberate dalle sofferenze. Le responsabilità amministrative, e se del caso penali, dei vecchi gruppi dirigenti delle banche andate in crisi sono già in corso di accertamento e lo saranno anche in futuro se nuovi elementi venissero a galla. Per arrivare ad una conoscenza piena di quello che è successo nel sistema bancario del paese il PD si è detto disponibile ad avviare il lavoro di una Commissione nella sede propria della democrazia repubblicana, il Parlamento.

Nulla da rimproverarci allora, come sistema paese? No. In prospettiva storica, c´è il rimpianto di non avere seguito la strada della Spagna nel 2012, con una ristrutturazione del sistema bancario aiutata da fondi europei (e anche italiani). Sempre fra 2012 e 2013, quando le regole dell´Unione bancaria furono negoziate, più attenzione e forza contrattuale andavano forse poste a difesa delle particolarità italiane (fattori di rischio speciali per le piccole imprese, elementi di gradualità nella transizione verso il nuovo sistema di risoluzione delle crisi, metodi di controllo interni delle banche). Sull´uso del Fondo di garanzia il conflitto è emerso adesso: forse sarebbe stato meglio alzare prima l´attenzione. Con molto ritardo poi si è proceduto a portare il sistema fiscale di svalutazione dei crediti bancari in linea con quello europeo e sono stati conferiti alla Banca d´Italia i nuovi poteri di rimozione degli amministratori delle banche mal gestite: per entrambe le norme si è dovuto aspettare luglio 2015. E la stessa Banca d´Italia ha qualcosa da rimproverarsi: poiché alla base del sistema bancario c´è la fiducia, per evitare che questa possa essere scossa dalle crisi è necessaria un´informazione pubblica più tempestiva e più completa. Ed è necessario un coordinamento più stretto e continuo fra le diverse istituzioni che, ciascuna per la sua competenza, svolgono i loro compiti in modo indipendente, ma che soltanto stando unite potranno difendere gli interessi del paese.

 Marco Causi

 



 
Articolo su crisi bancarie, L´Unità, 12-12-2015

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