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Marco Causi
Professore di Economia politica, Facoltà di Economia "Federico Caffè", Università Roma Tre
Deputato dal 2008, rieletto nel febbraio 2013
 
Una bussola virtuale dell´economia reale
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La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



18/03/2015 M.Causi
Piketty, il PD e l´agenda di governo: una riflessione


Piketty, il PD e l´agenda di governo: una riflessione

Marco Causi

Durante il seminario dei gruppi parlamentari del PD insieme al Presidente del Consiglio − Segretario nazionale, svoltosi il 9 marzo 2015 e dedicato al fisco, alcuni hanno rilanciato le proposte fiscali di Piketty. Io le ho criticate con poche veloci battute. In molti mi hanno chiesto di chiarire le motivazioni del mio atteggiamento così critico. E mi è capitato di pensare, nei giorni successivi, che poteva essere utile, innanzitutto a me stesso ma poi forse anche alla dinamica della discussione interna al PD in corso in questa fase, fissare con maggiore precisione l´origine delle mie critiche alle proposte fiscali di Piketty. Un´origine, ci tengo a precisare, che ha radici nell´economia politica classica, e non nel "mainstream", ovvero nel pensiero economico dominante. Sono nate così queste paginette.

Aumento delle diseguaglianze: le ricerche di Piketty

Il merito di Thomas Piketty è di avere accumulato e descritto un´impressionante massa di dati, riguardanti decine di paesi nel mondo, dimostrando in modo difficilmente confutabile che, soprattutto a partire dagli anni ´80, le diseguaglianze all´interno dei paesi sono cresciute dappertutto, sia nella distribuzione dei redditi sia in quella della ricchezza. Un altro merito, non secondario, è di avere diffuso i frutti delle sue ricerche con un metodo e un linguaggio di tipo storico-sociale, piuttosto che astratto-matematico − com´è d´uso per la stragrande maggioranza degli economisti "mainstream". I suoi studi sono così arrivati a un pubblico molto vasto, hanno esercitato influenza politica e hanno contribuito a riportare l´argomento "distribuzione dei redditi e delle ricchezze" al centro dell´attenzione (vedi per tutti "Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, 2014).

Le cause secondo Piketty

L´analisi di Piketty è empirica. Si tratta di "fatti alla ricerca di una teoria". I dati utilizzati sono quelli delle dichiarazioni fiscali: stiamo cioè parlando della distribuzione personale dei redditi, non di quella "funzionale" (salari, profitti, rendite).

In termini teorici, per trovare la causa dell´aumento delle diseguaglianze, Piketty si limita alla seguente valutazione, anch´essa confermata dai dati empirici: nelle fasi storiche in cui si osserva l´aumento delle diseguaglianze si osserva anche un tasso di rendimento del capitale (d´ora in poi lo chiamiamo r) superiore al tasso di crescita dell´economia (d´ora in poi lo chiamiamo g).

Su questo Piketty ha ragione: se r è maggiore di g, i detentori del capitale (immobili, attività finanziarie, imprese, azioni, ecc.) ottengono aumenti dei loro guadagni (rendite, interessi, profitti, dividendi, ecc.) sistematicamente superiori agli aumenti medi dell´economia, e quindi le loro quote di reddito o di patrimonio sui totali nazionali sono destinate a crescere costantemente, e con esse le diseguaglianze.

Si vede bene allora che l´aumento delle diseguaglianze "personali" ha qualche connessione con la distribuzione "funzionale", e cioè con l´evoluzione dei tassi di remunerazione/rendimento che le persone ottengono per i fattori che impiegano nel processo produttivo (lavoro, capitale, ecc.). Ma questo punto resta fuori dall´analisi di Piketty, che non procede alla domanda: perché r può crescere più di g per così lunghi periodi di tempo, e in particolare perché lo ha fatto negli ultimi 35 anni? E´ in questo senso che si può affermare che gli studi di Piketty − pur rilevantissimi sul piano della conoscenza empirica di un importante, anzi fondamentale, fenomeno del nostro tempo − mancano di una rigorosa base analitica.

Poiché Piketty fa derivare dalla sua ricerca alcune proposte di politica economica, la valutazione di queste proposte deve tenere conto di questa "debolezza teorica": se l´aumento delle diseguaglianze è causato da un r troppo elevato, potremmo cercare possibili rimedi lavorando su r, e cioè sulla distribuzione funzionale dei redditi.

Le proposte di politica economica di Piketty

Invece Piketty concentra le sue proposte sulla distribuzione personale dei redditi e delle ricchezze e sulle modifiche che in essa possono essere indotte dall´azione dello Stato, collegandosi allo storico filone del "compromesso socialdemocratico" dello Stato sociale anni ´60-´70: l´aumento della progressività dell´imposta personale sui redditi (con aliquota massima che dovrebbe arrivare all´80 per cento per i redditi superiori a 500 mila dollari o a un milione di dollari); l´imposta patrimoniale personale progressiva, da applicare a livello mondiale raggiungendo al contempo un altissimo grado di trasparenza finanziaria internazionale. Le risorse così ottenute dagli Stati e dalla comunità internazionale potrebbero dar luogo a politiche di redistribuzione (tramite trasferimenti monetari − pensioni e sussidi, aiuti allo sviluppo dei paesi più svantaggiati − e tramite fornitura di beni e servizi pubblici − istruzione, sanità, assistenza ecc.).

Piketty non è un ingenuo. Sa bene che la sua è una provocazione, un sasso lanciato in una discussione pubblica che le teorie economiche dominanti rendono povera, se non stagnante. Sull´aumento dell´aliquota massima dell´imposta personale dei redditi scrive infatti che "applicare una politica del genere in un piccolo paese europeo, non armonizzato o poco armonizzato con i paesi vicini sul piano fiscale, sarebbe ben più difficile che in un paese con le dimensioni degli Stati Uniti" (op. cit. pag. 809). E dell´imposta mondiale sul capitale dice con chiarezza che è un´"utopia" (op. cit. pag. 814; la battaglia contro i paradisi fiscali e per la trasparenza dei movimenti finanziari è appena cominciata, e siamo ben lontani da una situazione in cui i patrimoni personali siano catalogabili e conoscibili a livello mondiale). Rivendica però che si tratta di "un´utopia utile", per costringere i responsabili politici a ragionare intorno alla necessità di costruire nuove istituzioni di regolazione mondiale della globalizzazione.

Rendimento del capitale troppo alto: imperfezioni dei mercati

Per spiegare perché r può crescere più di g ci sono due possibili strade.

La prima segue questo ragionamento: in un mondo perfettamente concorrenziale r deve essere uguale a g, se non lo è vuol dire che il mondo non è perfettamente concorrenziale. Per "regolare" r occorre superare queste imperfezioni (monopoli, restrizioni del commercio internazionale o dei movimenti di capitale, distribuzione non uniforme delle possibilità di accesso alla conoscenza, ecc.).

Ad esempio, se la Cina eliminasse le barriere alla circolazione dei capitali, lo yuan si rivaluterebbe un bel po´, questo farebbe ridurre r in Cina e, per conseguenza, anche quello mondiale. Un altro esempio: sul mercato del lavoro molti ritengono che l´aumento dei differenziali salariali sia legato all´elevato rendimento delle conoscenze sulle nuove tecnologie, il cui accesso non è uniforme per tutti. La crescita delle opportunità di istruzione dovrebbe rendere meno diseguale il "capitale umano", e questo farebbe ridurre r, almeno quella parte di r che deriva dall´utilizzo di una risorsa scarsa (la conoscenza).

Altri esempi si potrebbero fare: le invenzioni, i brevetti, le innovazioni creano situazioni monopolistiche per i proprietari che per primi le hanno realizzate e introdotte, e quindi generano rendimenti "anormali". Normative che limitino queste privative, rendendo di pubblico dominio le conoscenze tecnologiche, farebbero ridurre r.

Rendimento del capitale troppo alto: r è diventata una variabile indipendente?

La seconda strada è quella proposta dalle teorie che hanno origine dai classici dell´economia (Smith, Ricardo, Marx), in cui le variabili distributive (tasso di remunerazione del capitale, saggio del salario, rendite) dipendono non solo dal contesto economico (tecnologie, risorse, funzionamento dei mercati) ma anche da quello storico-sociale e istituzionale. Ad esempio, dalla libertà di espressione politica e sindacale, dalle modalità di contrattazione dei salari, dalle leggi statali (importanti per le condizioni di lavoro nei paesi in fase di sviluppo, importanti per le rendite nei paesi a sviluppo maturo), così come dalle regole di livello internazionale.  

In queste teorie non è un´eresia affermare che r potrebbe essere diventata una "variabile indipendente". E che per riportarla "sotto controllo" occorrono nuove regole e istituzioni internazionali − non solo in campo fiscale, come proposto da Piketty, ma anche in campo valutario e finanziario, come la nuova Bretton Woods proposta dal Governatore della Banca centrale della Cina − e un processo equilibrato di crescita democratica in molte aree del mondo che hanno conquistato lo sviluppo ma non ancora la libertà.

Ad esempio, se in Cina il sistema istituzionale dovesse evolvere in senso democratico, è facile prevedere un aumento dei salari, e quindi una riduzione di r in quel paese e, per conseguenza, a livello mondiale. Anche in Germania ci sono spazi per aumenti salariali − i "mini jobs" in quel paese sono meno remunerati e più precari degli analoghi italiani − i quali darebbero un importante contributo non solo alla riduzione di r, ma anche all´assorbimento degli squilibri macroeconomici dell´area Euro.

La crisi italiana può essere interpretata dentro questo approccio: l´investimento di capitale in Italia avrebbe difficoltà a raggiungere i livelli di redditività necessari, sia perché r "mondiale" di riferimento è troppo alto, ma anche perché sono troppo elevate le rendite (uno Stato troppo costoso, troppo costosi i servizi gestiti in condizioni di monopolio, ecc.) e troppo elevato è il costo del lavoro per unità di prodotto, mentre la produttività stagna perché l´apparato produttivo ha tardato ad adeguarsi alle nuove tecnologie, in particolare la parte del sistema non esposta alla concorrenza internazionale.

Qualche conclusione politica

Piketty viene talvolta definito come il "Marx del XXI secolo". In effetti, se è vero che considera r come una variabile indipendente, il suo approccio ha qualche legame con Marx. Però, dato che non procede su quella strada ma piuttosto su quella della redistribuzione operata dallo Stato sociale, forse sarebbe più congeniale definirlo il "Beveridge del XXI secolo", ricordando il grande liberale inglese che pose le fondamenta dello Stato sociale.

Per "regolare" un capitalismo a cui la globalizzazione ha concesso ampi spazi negli ultimi 35 anni, con un conseguente drammatico incremento delle diseguaglianze, Piketty propone il ricorso allo strumento fiscale. Secondo altri approcci, sarebbero da considerare almeno allo stesso livello una nuova Bretton Woods (improbabile, come la patrimoniale di Piketty) e aumenti salariali nei paesi che se lo possono permettere, come Cina e Germania (più probabile, per effetto di dinamiche sociali e istituzionali anche di tipo endogeno).

La discussione suscitata dalle ricerche di Piketty è comunque di grandissima utilità per la sinistra democratica, a condizione di saperne declinare con accortezza le conseguenze in termini di azione politica:

1. la patrimoniale personale mondiale (o anche europea) è un´utopia. Troppe le possibilità di elusione, al confronto con le esistenti patrimoniali di tipo reale (un palazzo nel centro storico di Roma o di Firenze l´IMU la paga, ma se l´imposta dovesse diventare personale sarebbe più facile eluderla intestando la proprietà a società residenti in paesi fiscalmente più leggeri). Questo però non deve esimerci dalla necessità di costruire una banca dati dei patrimoni personali, così come previsto dalle leggi italiane in vigore, né dalla battaglia per l´aumento delle basi fiscali comuni nel bilancio dell´UE, con l´obiettivo di rendere questo bilancio più autenticamente "federale" (incrementando ad esempio il suo intervento sui sussidi alla disoccupazione, a partire dal primo esperimento su Youth Garantee);

2. deve continuare l´impegno italiano nelle sedi europee e internazionali per ridurre la concorrenza fiscale fra Stati e per affermare nuove regole di trasparenza. In Europa il terreno immediato è, piuttosto che quello proposto da Piketty, quello della convergenza delle imposte sui redditi delle società (Direttiva sulla base imponibile comune per il reddito delle società). In sede OCSE-G20, dopo il passo avanti compiuto sullo scambio di informazioni finanziarie e la fine del segreto bancario, il nuovo terreno di lavoro sono i sistemi di tassazione delle multinazionali, per ridurre le possibilità di elusione e di "spostamento" dei profitti con cui questi operatori beffano le legislazioni nazionali (il dossier si chiama BEPS, Base erosion profit shifting);

3. sul piano europeo, così come la Germania insiste sui debiti eccessivi, noi dobbiamo insistere sugli squilibri macroeconomici eccessivi di cui la Germania è portatrice: in quel paese devono aumentare redditi e domanda interna, e legislazioni sui salari minimi possono dare un contributo;

4. sul piano interno, la "patrimoniale personale" proposta dalla CGIL e da alcuni settori del PD è soggetta alle stesse critiche sopra riportate. Fra IMU e imposta di bollo su conti correnti e conti titoli, dopo il 2012 le imposte patrimoniali sono diventate in Italia, a differenza del passato, superiori alla media UE, e vanno perciò trattate con estrema cautela (in alcuni casi andrebbero ridotte o eliminate, come l´IMU sui fabbricati produttivi);

5. sull´ultima aliquota Irpef e sull´ultimo scaglione, invece, a mio parere si potrebbe ragionare (ci sono varie proposte di legge in materia, compresa una a firma di chi scrive questa nota, che introduce un´aliquota del 48 per cento per un nuovo scaglione sopra 120 mila euro, per finanziare il reddito minimo di inserimento in alternativa al reddito minimo garantito del M5S), ma naturalmente senza arrivare agli eccessi di Piketty e dentro un´operazione che sfrondi le addizionali locali e destini il gettito al finanziamento di un nuovo sistema di inclusione sociale accessibile a tutti, e non soltanto ai lavoratori "protetti" (nuovi ammortizzatori, reddito minimo di inserimento, ecc.).


 

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