Roma, 09 Dicembre 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



25/01/2012 M.Causi
Pregi e difetti della nuova imposta municipale
Alcune correzioni sono urgenti. Possono essere introdotte in un decreto correttivo sulla finanza comunale
In tutti i paesi l´imposta tipica dei comuni è legata al valore delle proprietà immobiliari. Un´imposta reale, basata su oggetti, è più facilmente gestibile da una circoscrizione amministrativa piccola, mentre altre imposte, come quelle personali o sugli affari, sono più difficili da suddividere territorialmente o hanno basi imponibili più facili da "spostare". I comuni influiscono sull´andamento dei valori immobiliari, ad esempio con interventi sulle infrastrutture e sulle reti dei servizi, e l´imposta immobiliare è il modo più efficiente per finanziarne i costi, secondo quello che in scienza delle finanze è chiamato principio del beneficio.
L´imposta immobiliare locale era stata introdotta in Italia nel 1992 (Ici). Da sempre è stata un´imposta impopolare e malvista, soprattutto da parte delle correnti politiche più populiste. Forse perché in Italia la percentuale di famiglie proprietarie della casa di abitazione è molto elevata. Forse perché si tratta di un´imposta difficilmente eludibile, al contrario di altre, e perché dotata di una forte progressività: in Italia, dove più del 90 per cento dell´Irpef è pagata da dipendenti e pensionati, che contribuiscono alla formazione del 60 per cento del reddito, la qualità della casa di abitazione, e il suo valore, è l´attributo che approssima meglio la capacità contributiva. Non a caso il populismo anti-tasse di Berlusconi prese di mira proprio l´Ici durante la campagna elettorale del 2006, aprì un varco anche nel centrosinistra, che durante il governo Prodi 2 la eliminò per quasi il la metà delle famiglie proprietarie meno abbienti, per poi concludere il ciclo con la completa abolizione dell´Ici sulla prima casa nel 2008. E ciò è avvenuto nonostante l´ammontare medio dell´Ici prima casa fosse di gran lunga inferiore alle analoghe imposte vigenti in Francia o in Germania (circa 200 euro contro circa 1.500).
La manovra Monti ha introdotto un´imposta patrimoniale immobiliare (Imu) non solo estendendola di nuovo alle prime case, ma anche adeguando la base imponibile con l´incremento dei valori catastali. Il colpo è ammorbidito da un´abbondante detrazione (200 euro, che può arrivare fino a 400 in relazione al numero dei figli). Il gettito dell´Imu sulle prime case affluirà interamente ai comuni, quello proveniente dagli altri immobili (residenziali e non) sarà diviso al 50 per cento fra comuni e stato. L´imposta quindi è solo nominalmente "municipale", in realtà è in parte erariale. L´Imu assorbe, oltre all´Ici, l´Irpef sui fabbricati non locati, con un effetto di semplificazione del sistema, così come era previsto dal decreto sul fisco comunale del federalismo fiscale, che però ne posponeva l´entrata in vigore al 2014.
In termini di "disegno" del sistema tributario si tratta di una scelta condivisibile e autenticamente federalista. Il peso delle imposte patrimoniali vedeva l´Italia penultima nelle classifiche Ocse, circa un punto di Pil in meno. Dopo la manovra Monti, che accanto all´Imu contiene altre due imposte patrimoniali (bollo sulle attività finanziarie e tassa sui beni di lusso) per un totale di gettito di circa 15 miliardi, questa anomalia viene eliminata. I comuni avranno di nuovo un loro tributo, quindi l´autonomia negata dal governo Berlusconi-Bossi, che aveva sbandierato il federalismo più a parole che nei fatti.
Tuttavia il governo Monti, incalzato dall´emergenza, non ha avuto il tempo di affrontare numerose questioni, rimaste aperte nel decreto salva Italia. Il veicolo più appropriato per apportare le necessarie modifiche è un decreto correttivo del federalismo fiscale dedicato alla finanza comunale. E´ chiaro infatti che il vigente decreto sui comuni va ampiamente rivisto, per tenere conto dell´introduzione dell´Imu. Vanno messi a punto, soprattutto, i fondi perequativi per i comuni, che peraltro il decreto Calderoli lasciava ampiamente indeterminati.
In prima fila c´è il tema della riforma del catasto: il semplice adeguamento automatico è accettabile solo nella logica dell´emergenza, ma non regge al vaglio dell´equità. Poi, esistono disallineamenti fra le banche dati catastali (su cui il governo ha valutato il gettito della nuova imposta) e le banche dati comunali costruite sulle effettive dichiarazioni Ici, e a questi problemi di stima si sommano i tagli vecchi e nuovi ai trasferimenti statali: per i comuni l´Imu è una leva di autonomia, ma i sindaci saranno costretti ad aumentare le aliquote di base (4 per mille sulle prime case, 7,6 per mille sul resto degli immobili) per ottenere parità di risorse. Sarebbe bene condividere i dati finanziari di base, e sarebbe utile restituire ai comuni margini di manovra per adattare, tramite i loro regolamenti, l´imposta alle diverse caratteristiche sociali e territoriali. Ai comuni dovrebbe essere lasciata la facoltà di disciplinare le assimilabilità a prima casa e, in prospettiva, lo stesso disegno delle detrazioni, su cui sarebbe utile utilizzare l´Isee piuttosto che il grossolano parametro del numero di figli.
Le seconde case a disposizione del proprietario hanno nel nuovo regime minori svantaggi delle seconde case affittate, e questo è discutibile, così come discutibile appare la dimenticanza di un trattamento di favore per le case popolari e sociali di proprietà pubblica. Non è stata infine affrontata la questione delle esenzioni ai soggetti "no profit" (assistenza, sanità, istruzione, sport, culto, ecc.), su cui ci sarebbe un primo passo da fare: censire il patrimonio nella disponibilità dei soggetti esenti. I quali, appunto poiché esenti, non sempre hanno compilato le dichiarazioni ai fini Ici. L´obbligo di dichiarazione per i soggetti esenti permetterebbe di costruire un´anagrafe di questo patrimonio: un´operazione di verità e di trasparenza che, fra l´altro, contribuirebbe a svelenire una discussione pubblica che, soprattutto in relazione alle proprietà di soggetti riconducibili alla chiesa, è distorta dall´assenza di dati verificabili. Sulla base di questa conoscenza si potrà affrontare una discussione serena che ci faccia trovare preparati, di fronte alle eccezioni comunitarie, per una riforma che contemperi l´obiettivo, ineludibile, del sostegno fiscale al "no profit" con l´eliminazione di sussidi distorsivi della concorrenza.
Marco Causi
 

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