Roma, 05 Dicembre 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



03/08/2011 Marco Causi
Un decalogo riformista per tenere insieme interventi di emergenza e interventi strutturali
Provo a elencare dieci punti di impegno e di approfondimento politico e culturale. Una sorta di "decalogo" riformista, un´agenda a medio termine che occorre tenere presente anche durante gli interventi di emergenza. E´ infatti chiaro ormai (a) che gli interventi di emergenza devono avere una "coerenza intertemporale" a medio termine, pena una loro scarsa credibilità fin da oggi; (b) che questa coerenza non si può raggiungere (e con essa la necessaria coesione nazionale) se accanto al rigore non si mettono in campo politiche strutturali di più ampio respiro. Partendo dall´Europa e passando poi all´Italia.
1. Cosa può fare la Germania per l´Europa?. L´assalto speculativo all´Euro ha origine in mercati finanziari alla ricerca di guadagni a breve termine. Ma fa leva su profonde questioni reali che l´Europa deve sapere affrontare. La principale è la perdurante divergenza fra centro (Germania) e periferia (tutti gli altri paesi) negli andamenti reali (produttività, saldi della bilancia corrente). La condizione politica per superare questi squilibri è che la Germania accetti in pieno la dimensione europea delle sue azioni, misurando su quella dimensione costi e benefici delle diverse opzioni. Ad esempio: una politica fiscale coordinata dovrebbe prevedere rigore fiscale e restrizione nei paesi in deficit di bilancia corrente, ma non in Germania. E se la politica fiscale tedesca non riesce ad assumere un tono espansivo, almeno si dovrebbe evitare di porre freni a una crescita salariale in Germania che incorpori i guadagni di produttività. In questo modo la domanda interna del paese centrale potrebbe dare un contributo all´aggiustamento degli squilibri commerciali dell´Unione, mentre nei paesi periferici in deficit i redditi reali e la domanda si contraggono. Poiché i salari in Germania stanno crescendo poco nel settore non coperto da contrattazione aziendale, una legge sui minimi salariali in quel paese permetterebbe di coordinare più ragionevolmente il percorso di aggiustamento. E poi: nuovi strumenti di gestione europea dei debiti pubblici nazionali; rafforzamento della vigilanza bancaria europea; imposta sulle transazioni finanziarie.
2. Cosa può fare la BCE e in prospettiva l´EFSF per l´Euro? La crisi della costruzione europea degli ultimi 25 anni sarebbe un evento di tale portata storica, per il mondo ma ancora di più per le nostre comunità nazionali e locali, da obbligare tutti all´intelligenza e anche al rischio di proposte che solo qualche anno fa potevano sembrare "eretiche". Contro gli speculatori ribassisti delle attività denominate in Euro, la BCE, che dell´Euro è emittente, e in prospettiva l´EFSF, diventi compratore di ultima istanza con operazioni di mercato aperto. E non solo acquistando titoli pubblici, ma anche azioni e obbligazioni. Potrà accadere anche in Europa ciò che abbiamo visto negli Stati Uniti, dove la FED ha fatto profitti rivendendo, in condizioni di mercato normalizzate, i titoli acquistati nei giorni più duri della crisi per sostenere le banche.
3. Un´Europa non mercantilista. Le due linee di lavoro precedenti, di respiro europeo, hanno l´obiettivo di evitare uno scenario recessivo che invece rischia di profilarsi per effetto delle recenti decisioni di politica fiscale dell´Unione. In cambio del rigore fiscale, l´attuale assetto delle politiche europee promette una ripresa trainata dalle esportazioni. Ma l´Europa rischia di non reggere, e alcuni paesi europei rischiano di non potere risolvere il dilemma rigore-crescita, solo affidandosi a un modello di sviluppo mercantilista trainato dall´export. L´Europa deve accendere motori interni per la sua crescita, rilanciando gli investimenti collettivi (Eurobond) ed evitando di deprimere in eccesso la domanda interna di consumi e di investimenti. Solo così, peraltro, l´Europa potrà dare un contributo al riassorbimento degli squilibri macroeconomici globali che sono all´origine della crisi. Un´Europa in balìa dei mercati, incapace di difendere il cambio dell´Euro, e per di più dominata da intonazioni recessive e mercantiliste, rischia di restare marginale e ininfluente nella costruzione dei nuovi equilibri di governance globale del dopo crisi.
4. Quali motori di crescita per l´Italia? Un ragionamento del tutto analogo si può applicare all´Italia. Secondo alcuni l´unico motore di sviluppo per l´Italia sono i distretti della manifattura leggera del centro-nord. Non ci sarebbe alternativa: siamo aggrappati alla ripresa dell´export della meccanica leggera e del made in Italy. Poiché siamo il secondo paese manifatturiero d´Europa, la linea mercantilista scelta dalla Germania conviene anche a noi. E´ questo il retroterra economico-politico espresso dall´attuale coalizione di governo negli ultimi tre anni, soprattutto quando si accanisce contro il mezzogiorno, visto solo come palla al piede del paese. Insomma: dalla critica al mercatismo il governo italiano è passato al sostegno al mercantilismo e poi … via pedalando a rimorchio dei distretti industriali. Non intendo certo sottovalutare il ruolo propulsivo e il potenziale di sviluppo dei distretti di manifattura leggera del centro-nord. Essi tra l´altro stanno davvero pedalando bene sul piano dell´export, sia nel 2010 che nei primi mesi del 2011, anche se questo non ha risolto i nostri problemi di bilancia corrente, visto che si è anche realizzata una vistosa crescita della penetrazione di importazioni. Il mio argomento non è in contraddizione con quelli di Fortis, che nei suoi contributi sui "punti di forza" della nostra manifattura ci aiuta a sfatare un certo clima di "declinismo" che negli anni passati la discussione pubblica italiana ha accettato un po´ troppo passivamente. Il mio punto però è che la base economica raccolta intorno ai distretti è troppo piccola per riuscire, da sola, a tenere in piedi tutta l´Italia.
5. Oltre i distretti. Ed è così che io leggo le cause che hanno portato buona parte del nord a dare una rappresentazione politica di sé connotata dal disagio, trasferendo poi questo disagio anche verso parole d´ordine inaccettabili e obiettivi irrealizzabili. Perché i distretti da soli non ce la fanno. E´ allora necessario attivare ulteriori motori di crescita per un paese di quasi 60 milioni di abitanti, "molto lungo" (come capirono bene gli arabi e ci ricorda oggi Ruffolo) e che voglia restare unito: (a) l´industria di base, a partire da quella energetica, cruciale per la riconversione verde dell´economia; (b) le industrie e le logistiche collegate alle grandi reti e alle infrastrutture collettive, dalle telecomunicazioni all´energia, dai trasporti navali a quelli ferroviari e metropolitani, dall´acqua alle infrastrutture ambientali (con un ruolo vero di Cassa Depositi e Prestiti, sulla quale negli ultimi anni sono stati fatti tanti annunci e investimenti normativi, di cui però non si vedono ancora risultati apprezzabili); (c) i moderni settori dei servizi avanzati, da quelli che viaggiano sulla rete all´audiovisivo, dai servizi bancari a quelli assicurativi, dalla ricerca ai servizi professionali, il cui sviluppo è frenato dalle rendite monopolistiche (o duopolistiche) e da coalizioni d´interessi contrarie alle innovazioni e alle liberalizzazioni; (d) il settore cultura-turismo, su cui l´Italia vanta specializzazioni produttive e vantaggi comparati almeno uguali a quelli dei distretti manifatturieri del centro-nord.
6. Ripensare l´intervento pubblico, riqualificare la spesa pubblica, riformare le istituzioni repubblicane. Insomma, la politica economica per far tornare l´Italia a crescere deve avere un respiro più largo di quello implicito nell´ipotesi mercantilista. E questo coinvolge le risorse del sistema finanziario e industriale, gli apparati di regolamentazione e, last but not least, l´intervento pubblico. L´alternativa all´Italia mercantilista passa per un nuovo intervento pubblico che: (a) non sia produttore di spesa aggiuntiva, poiché anzi dovrà assumere obiettivi stringenti di rigore finanziario per far tornare l´avanzo primario a livelli sufficienti al ripagamento di interessi e debito, un debito che intanto dovrà cercare di abbattere con un programma pluriennale di dismissioni; (b) persegua obiettivi di efficienza e di riduzione della spesa (costi standard), da applicare non soltanto agli enti locali ma all´intero perimetro della pubblica amministrazione; (c) sappia finalmente coordinare le istituzioni federaliste introdotte con la riforma del Titolo V della Costituzione, assegnando a ciascuna compiti specifici, riducendo ridondanze e duplicazioni, garantendo costi efficienti per l´esercizio delle funzioni pubbliche di prossimità e di area vasta; (d) sappia distinguere ciò che è essenziale da ciò che essenziale non è, concentrando solo sull´essenziale la presenza pubblica, quella diretta e quella indiretta tramite agevolazioni e sussidi; (e) affronti una riflessione critica e costruttiva sulle privatizzazioni, in particolare dopo i referendum: è arrivato il momento di una valutazione serena e ponderata su ciò che è vendibile (e allora bisogna farlo presto e bene, attivando i necessari presidi di regolamentazione nel caso di infrastrutture che abbiano componenti di monopolio naturale, come ad esempio porti, aeroporti, ferrovie, servizi postali, ecc.) e ciò che non lo è (e che allora va presidiato con una governance migliore di quella finora messa in campo nelle gestioni pubbliche, a partire dal settore idrico); (f) definisca le modalità di una veloce e massima valorizzazione di tanti cespiti patrimoniali pubblici estendendo il lavoro in questa direzione dallo Stato ai Comuni, dalle Regioni alle Camere di Commercio; (g) abbia il coraggio di accettare la scommessa della sussidiarietà, dando più spazio alle istituzioni di prossimità, ad un vero federalismo solidale, alla sostituzione di modelli di intervento burocratici e autoreferenziati con modelli flessibili, orientati all´utenza e adeguatamente certificati. E abbia infine il coraggio di costruire un rapporto radicalmente rinnovato fra politica e istituzioni: più spazio all´indipendenza dalla politica dei corpi intermedi, più spazio alla competenza e al merito, più lontananza fra decisione politica e decisione gestionale e amministrativa, una politica più leggera, un Parlamento più snello ed efficiente, con una delle due Camere dedicata al funzionamento delle istituzioni locali e regionali, più trasparenza, più terzietà, più sobrietà, eliminazione dei conflitti d´interesse.
7. La riforma fiscale. Alle misure per l´emergenza dovrà affiancarsi una riforma fiscale di respiro lungo, la quale non potrà che basarsi su un obiettivo: meno tasse su lavoro e impresa, più tasse su rendita e patrimoni. E anzi, nel passaggio emergenziale uno degli errori commessi dal governo Berlusconi è stato di rimandare sine die segnali di intervento sul fronte del costo del lavoro, fondamentali in una situazione di impossibilità di svalutazione del cambio nazionale (cuneo fiscale, irap per la componente costo del lavoro, credito d´imposta per l´occupazione). Anche manovre incrociate fra Iva e costo del lavoro sarebbero efficaci in questa direzione. Le riforme di medio termine dovranno riguardare l´uniformità di imposizione sulle rendite finanziarie, una più incisiva separazione nei redditi delle imprese individuali fra redditi da lavoro e redditi da impresa, con una forte agevolazione per la seconda componente, un ripensamento dell´incerta architettura dell´autonomia tributaria delle regioni e degli enti locali costruita nei decreti attuativi del federalismo fiscale. Dovrà poi essere assunto un vincolo: destinare a riduzioni di imposta su lavoro e impresa i proventi di una rafforzata lotta all´evasione fiscale, che andrà fatta con maggiore incisività, chiudendo l´era dei condoni e degli scudi, e utilizzando gli strumenti della tracciabilità e dell´incrocio fra banche dati.
8. Demografia, immigrazione, occupazione, sostenibilità dei regimi pensionistici. Nulla fa più parte delle dinamiche di lungo periodo della demografia. Eppure, anche da qui passa una riflessione sullo stato del paese e sul suo futuro. La crisi strutturale dell´economia italiana, e la crisi di tante istituzioni sociali e collettive del paese (ovvero il loro mancato completamento in senso universalistico), hanno alla lunga generato un rischio di avvitamento malthusiano. Con una popolazione in declino, infatti, le prospettive di crescita si riducono ancora di più. Elementi strutturali di depauperamento demografico e di decrescita malthusiana sono già emersi in molte zone del mezzogiorno, e fanno parte del peggioramento delle condizioni di dualismo strutturale che il paese sta sperimentando da alcuni anni. La debolezza demografica non è certo l´unica causa della accentuata dinamica migratoria, e ad essa concorre con altre cause di natura esogena, ovvero legate alla segmentazione del mercato del lavoro, oppure all´incompletezza dei sistemi di sicurezza sociale, in particolate nel campo della non autosufficienza. In prospettiva, è ineludibile costruire condizioni di sostenibilità per la popolazione immigrata. E ragionare su scenari demografici e occupazionali che rendano a loro volta sostenibile il debito pensionistico, al netto naturalmente di ulteriori interventi di contenimento che pure sono possibili. Non c´è tempo né spazio per affrontare in questo contributo una questione così rilevante, ma dobbiamo avere chiaro che, nel medio termine, una deriva neo-malthusiana rende insostenibile il nostro sistema, e che al contrario demografia, immigrazione, occupazione e sostenibilità dei sistemi di welfare hanno fortissime interrelazioni reciproche, sulle quali c´è stata troppa distrazione nell´ultimo decennio in Italia, al contrario di quanto avvenuto con importanti riforme in vari paesi del Nord Europa.
9. Mezzogiorno. Si tratta di uno dei motori di crescita inceppato, o mancante, al sistema paese. Di nuovo, non c´è spazio e tempo per andare in profondità. Un´agenda riformista deve però almeno prevedere due nuovi punti di partenza. Il primo è relativo alle categorie interpretative che impieghiamo per l´analisi del sud. E´ proprio vero, e fino a che punto è vero, che la colpa dell´inefficacia dell´intervento aggiuntivo dell´ultimo decennio sia tutta delle regioni e degli enti locali, visto che le percentuali di spesa e il grado di raggiungimento degli obiettivi dei programmi gestiti da autorità centrali sono altrettanto deludenti? Ed è proprio vero che concentrando l´intervento su poche grandi opere infrastrutturali saremmo in grado di superare i problemi del passato? L´impressione è che sia necessario uscire dal pendolo storico che ci fa oscillare ciclicamente fra Nitti (intervento centrale, scarsa fiducia nelle classi dirigenti del sud) e Salvemini (intervento decentrato, costruzione delle capacità di autogoverno delle comunità del sud). Il secondo punto di partenza è allora legato alla costruzione di una moderna interpretazione del federalismo anche nel sud. Un federalismo che, colpevolmente, l´attuale coalizione di governo di centro-destra a trazione leghista ha sempre declinato in modo punitivo nei confronti del sud, mentre potrebbe essere la chiave di volta per costruire una nuova stagione di politiche di riequilibrio in cui interventi di carattere nazionale e interventi di carattere locale si integrino, nuovi modelli di governance federali vengano sperimentati, insieme a procedure di programmazione più flessibili e accessibili ai soggetti locali territoriali.
10. Distribuzione del reddito. Il peggioramento della distribuzione dei redditi interna ai paesi è una delle grandi novità del mondo post 1989, ovvero del mondo della globalizzazione. L´Italia ha conosciuto questo fenomeno più di altri paesi. Altri indicatori di diseguaglianza si sono ridotti (ad esempio quelli fra i livelli medi di reddito dei paesi avanzati al confronto con i paesi emergenti), ma in generale le diseguaglianze interne sono aumentate dovunque, anche nei paesi che oggi fanno parte del G20 e ieri non facevano parte del G7. L´analisi di queste tendenze ci porterebbe molto lontano, anche perché diverse sono le forze in campo a seconda che si analizzino i paesi avanzati e i paesi emergenti. Nei primi la globalizzazione ha in qualche modo "liberato" il saggio di profitto dai meccanismi di regolazione impliciti nel mondo di Bretton Woods e comunque continuati anche dopo la crisi di quel sistema con varie forme di "compromesso socialdemocratico" ovvero di regolazione "sociale" del mercato. Nei secondi emerge anche una dinamica ben nota, che vede le intense fasi di accumulazione originaria e di "salto" nello sviluppo coincidere con aumenti delle diseguaglianze (ad esempio fra città e campagna). Ma al di là di questi fenomeni di carattere generale, in Italia agiscono ulteriori tre elementi, che devono essere al centro dell´agenda politica: (a) accanto a salari e profitti la distribuzione del reddito è fatta anche da rendite, e il peso di queste in Italia sembra essere andato molto al di là di quanto sia avvenuto in altri sistemi, con una grave ipoteca per i margini consentiti alla crescita dei redditi da lavoro e da impresa; (b) sulla distribuzione personale dei redditi ha impatto non solo la distribuzione funzionale, ma anche la redistribuzione fiscale e la provvista di beni pubblici essenziali, ed entrambe in Italia hanno ridotto il loro ruolo, la prima per la progressiva erosione della progressività del sistema fiscale, le seconda per l´incompletezza del nostro Stato sociale (si pensi soltanto all´aumento del costo e delle difficoltà di accesso al bene casa); (c) il rapporto fra salari e produttività, e quindi quella che viene definita la flessibilità "reale" del salario, mostra ancora importanti margini di miglioramento, che vanno perseguiti con adeguate riforme dei sistemi di contrattazione, le quali potrebbero essere rafforzate e corroborate dall´ampliamento e dall´istituzionalizzazione di meccanismi di partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese.

 
 

 
Interrogazione a risposta immediata in Commissione finanze

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