Roma, 15 Dicembre 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



16/11/2010 M.Causi
Legge di bilancio: la brutta figura del Governo e le proposte del PD per le famiglie e le imprese
Intervento di Marco Causi su legge di bilancio e legge di stabilità per il 2011
Montecitorio, 16.11.2010
Signor Presidente, concentrerò il mio intervento su una questione di metodo e su una di merito. Per quanto riguarda la questione di metodo, voglio ricordare che con questa legge di stabilità e con questa legge di bilancio stiamo attuando, per la prima volta, la nuova legge di contabilità e di finanza pubblica, la n. 196 del 2009. Il Governo però ha sostanzialmente disatteso i principi e i contenuti di questa riforma. Peraltro, il Governo sta disattendendo non solo la nuova legge di contabilità e finanza pubblica,
ma anche la legge delega sul federalismo fiscale. Insomma, il Governo sta disattendendo le due principali riforme, federalismo fiscale e contabilità e finanza pubblica, che sono maturate in questi due anni e mezzo in modo condiviso in Parlamento.
Non ne faccio − si badi − una questione meramente formale, né mi interessa svolgere argomentazioni di tipo puramente strumentale. Ne faccio una questione di credibilità da parte del Governo, che prima concorda in Parlamento importanti riforme e, poi, non le attua. Non manda la Decisione di finanza pubblica a luglio agli enti locali, ritarda, in modo molto grave, l´invio del documento stesso al Parlamento, attua in 18 mesi soltanto due decreti e mezzo sui venti necessari alla piena attuazione del federalismo fiscale e non istituisce la Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica.
Ne faccio, quindi, una questione di funzionalità ed efficacia dell´attività legislativa, soprattutto quando quest´attività sia connessa ai messaggi e ai segnali di politica economica, così importanti e sensibili in questa fase congiunturale. Appunto per dare maggiore funzionalità e capacità decisionale all´intervento legislativo in materia finanziaria, avevamo varato con una sostanziale unanimità un´importante riforma: finanziaria tabellare, riforma della struttura di bilancio (e, in effetti, oggi il bilancio è più leggibile di ieri, anche se ancora la riforma della struttura del bilancio non è stata totalmente messa a regime), collegati destinati alle misure di carattere ordinamentale e di sviluppo, compreso il Patto di convergenza per i livelli dei servizi essenziali di regioni ed enti locali e, infine, disponibilità delle opposizioni a varare una riforma dei regolamenti parlamentari per dare certezza ai tempi di approvazione dei collegati.
Nonostante questo mutato scenario legislativo, il Governo non ha voluto utilizzare i nuovi strumenti. Si preparava semmai all´ennesima manovra di aggiustamento per decreto-legge, per non dire all´uso improprio del cosiddetto decreto mille proroghe. Poi la crisi politica della maggioranza ha costretto il Governo a ripetere la classica pratica del maxiemendamento, salvo fare la brutta figura di vedersi dichiarare inammissibili le norme di carattere ordinamentale. Sarebbe bastato, per evitare questa brutta figura, seguire la strada indicata dalla riforma (su cui, peraltro, il Viceministro Vegas ha già scritto un pregevole volume, il che dimostra che almeno lui capisce di questi argomenti, ma − ahimè − temo soltanto lui), e cioè raccogliere questa estate la disponibilità alla modifica dei regolamenti parlamentari per i collegati alla legge di stabilità e cominciare, fin da quest´anno, con una vera legge di stabilità ed appositi collegati ordinamentali, compresi quelli necessari alla convergenza verso costi e fabbisogni standard di regioni ed enti locali.
Il Governo avrebbe potuto addirittura trasformare i famosi cinque punti di programma enunciati in quest´Aula in occasione del dibattito sulla fiducia a fine settembre in appositi collegati. Invece, non è stato in grado di farlo ed ha preferito navigare a vista come conseguenza − credo che ciò sia inconfutabile − della crisi politica che, a partire da qualche mese, ha attanagliato la maggioranza ed il Governo stesso.
Nel merito, signor Presidente, il combinato disposto della manovra estiva e di questa legge di stabilità non ottiene quello che oggi è l´unico possibile obiettivo per una politica economica in tempo di crisi e cioè un equilibrato mix di rigore e di crescita. Il rigore è a senso unico: si abbatte sugli investimenti (meno 7 miliardi) e sugli enti decentrati (quasi 11,6 miliardi di risparmi sul bilancio dello Stato sui 14 complessivamente previsti, mentre enti locali e regioni contano per meno di un terzo sulla spesa pubblica complessiva al netto degli interessi).
La crescita non sembra essere un problema per questo Governo, che non ha più un progetto per il paese da molti mesi. Eppure lo spazio ci sarebbe se solo vi fosse un atto di coraggio, di dirsi la verità e di dire la verità al Paese.
Ci sarebbe spazio per due importanti segnali in relazione alla futura e tanto conclamata riforma fiscale. Il primo consiste in un aumento degli assegni familiari, a sostegno quindi dei redditi bassi e medio bassi, nella prospettiva di una nuova fiscalità per carichi familiari. Il secondo in un aumento della franchigia IRAP per le sole società di persone e le ditte individuali, nella prospettiva di una riduzione del ruolo del costo del lavoro sull´IRAP. Vi sarebbe, inoltre, spazio per un vero allentamento del Patto di stabilità di regioni ed enti locali e per veri fondi per il rilancio dell´università, della ricerca e dello sviluppo.
Questi spazi possono essere creati con opportuni interventi dal lato delle entrate, che rappresentano le coperture vere, non ipotetiche, dei nostri emendamenti, quelli del Partito Democratico. Il primo intervento è la riforma della tassazione dei redditi finanziari e da capitale, con esclusione dei titoli pubblici, ma in sostanza nella direzione espressa dalla proposta della cedolare secca sugli affitti la quale, se resta da sola, diventa un puro e semplice regalo ai proprietari immobiliari. Il secondo intervento prevede un´imposta sulla leva finanziaria delle banche; il terzo una stretta più forte sul fronte delle compensazioni IVA, con la riduzione da 10 a 5 mila euro del limite relativo; e il quarto un aumento del prelievo erariale unico sui giochi.
In sostanza circa un miliardo e mezzo di coperture che potrebbero servire a finanziare quei quattro semplici provvedimenti che ho detto poco fa: aumento degli assegni familiari, aumento della franchigia IRAP per le piccole e piccolissime imprese, miglioramento delle condizioni del Patto di stabilità per gli enti locali e le regioni, più soldi a università, ricerca e sviluppo.
Sono misure, contenute nei nostri emendamenti che proponiamo in questa manovra finanziaria, che hanno tre caratteristiche: primo sono fattibili; secondo sono coerenti con una prospettiva di futura riforma del sistema fiscale, che invece questo Governo e questa maggioranza sbandierano tanto senza farla mai; terzo, danno un sollievo immediato al reddito delle famiglie, soprattutto di quelle a reddito basso e medio basso e, quindi, ai consumi, e offrono un sollievo immediato alle piccole e piccolissime imprese e ai fornitori della pubblica amministrazione.
Sono misure che proponiamo alla discussione pubblica del Paese nella speranza che possano diventare presto «agenda» per il Governo una volta girata la pagina, ormai sbiadita e strappata, del Governo Berlusconi.

 
 

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