Roma, 08 Dicembre 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



22/04/2009 Marco Causi
Una nuova politica culturale dello Stato.
Convegno
 
Aula Magna del Rettorato, Università degli Studi Roma Tre
22 aprile 2009
 
Finanziare la cultura in tempi di crisi
 
Le riduzioni che i provvedimenti di finanza pubblica hanno disposto durante il 2008 a carico degli stanziamenti affidati all´amministrazione statale dei beni e delle attività culturali è significativa: al confronto con il 2007, -213 milioni nel 2008, -497 nel 2009, -412 nel 2010, -493 nel 2011; in termini settoriali, nel solo 2009 circa 180 milioni in meno per il Fus, 130 in meno per archivi e biblioteche, 80 in meno per tutela e valorizzazione dei beni archeologici, architettonici e storico-artistici, destinati però a diventare 160 nel 2011, 40 in meno di fondi da ripartire.
Per procedere a una valutazione credo che vada evitato un errore.
L´errore è di guardare alla cultura come a un settore meritevole, ma tutto sommato marginale all´interno dei meccanismi di funzionamento del nostro sistema socio-economico. Si badi bene: questo errore può essere compiuto non solo da decision makers miopi, ma anche dalle stesse constituencies del settore culturale, le quali possono pensare che "pesare poco" sulla spesa pubblica complessiva possa diventare tutto sommato un vantaggio. Non si risanano certamente le pubbliche finanze infierendo sul Fus, e gli aggiustamenti dentro le pieghe del bilancio per i fondi di minore dimensione sono sempre più agevoli e meno visibili di quelli che incidono sulle grandi voci della spesa pubblica nazionale.
L´errore sarebbe in due direzioni. Primo, per quanto piccolo sia, qualsiasi fondo pubblico va speso con trasparenza ed efficienza, va assoggettato a rendicontazione e valutazione, va razionalizzato dentro un sistema di obiettivi dichiarati e sottoposti alla pubblica discussione, va sottratto per quanto possibile all´autoreferenzialità delle burocrazie, sia di quelle amministrative che di quelle culturali. E sappiamo bene quanto alto sia il rischio di autoreferenzialità nel caso dei beni di club, e cioè beni il cui consumo è soggetto a congestione e che non fanno parte dei servizi essenziali di tipo universale: caratteristiche, queste, che ritroviamo in tante attività culturali.
Insomma, la prima cosa da fare se davvero si vuole difendere l´intervento pubblico nella cultura (ma lo stesso vale nella sanità, nell´istruzione, nell´università) è di costruire solidi e condivisi sistemi di valutazione delle attività, e non rinchiudersi nelle pieghe del bilancio. Dobbiamo dirlo onestamente: nel settore culturale siamo ancora troppo indietro su questa strada, soprattutto nel perimetro dell´amministrazione statale. Sono più avanzate, al contrario, alcune esperienze locali, come ad esempio quella dell´Agenzia per il controllo dei servizi pubblici della città di Roma, che ha recentemente avviato e pubblicato i primi risultati di un importante programma di valutazione, quantitativa e qualitativa, dei servizi culturali offerti dal Comune, comprensivo anche di benchmarking internazionale. Ecco un elemento che a me sembra indispensabile per qualsiasi "nuova politica culturale dello Stato", di cui siamo chiamati a discutere in questo convegno: un moderno e avanzato sistema di valutazione, che al tempo stesso stabilisca parametri gestionali riscontrabili con i quali confrontare le capacità realizzative di tutti i soggetti in campo, e soprattutto delle istituzioni pubbliche, private e no profit beneficiarie di sussidi.
Secondo, non dobbiamo dimenticare la storia degli ultimi quindici anni. Una storia da cui emerge un settore culturale niente affatto marginale, e anzi sempre più protagonista nelle dinamiche socio-economiche e di sviluppo. Non solo in Italia, ma anche in Italia. Con una particolarità italiana: mentre negli altri paesi avanzati il motore dell´espansione del settore culturale, in termini di produzione, valore aggiunto, occupazione, è stato fornito dalle industrie culturali, e principalmente dall´audiovisivo - ma anche l´editoria è stata espansiva, ad esempio in Francia e Germania - in Italia i settori trainanti sono stati quelli che la statistica definisce "cultura in senso stretto", e cioè beni culturali e spettacolo dal vivo. I settori, insomma, più tradizionali. E se questo dato dice molto sulle difficoltà che il nostro paese ha avuto e ha per effetto di un assetto di mercato scarsamente orientato alla crescita e all´innovazione nell´audiovisivo, dall´altra parte ci consegna almeno un bicchiere in parte pieno.
Un bicchiere almeno in parte pieno, attenzione, non guardando soltanto ai consumi culturali, ma anche a numerosi importanti avanzamenti nell´organizzazione, nell´innovazione, nelle tecnologie, nell´efficienza, nella produttività, nel ventaglio delle professioni, nelle storie d´impresa.
Non voglio certo ridurre l´importanza dei massicci fenomeni di crescita dei consumi culturali. E´ un punto fondamentale che le esternalità positive della cultura passano attraverso i consumi: degli individui, che incrementano sapere e conoscenza, e delle collettività, che ottengono benefici di tipo comunitario (fra cui quelli di coesione sociale e di civile convivenza, il cui valore, nei tempi odierni, mi sembra aumentare ogni giorno che passa a dismisura), oltre a consistenti effetti indiretti, in particolare attraverso il turismo. Non sono fondate, insomma, le tesi che contrappongono consumi considerati pregiudizialmente come "futili" a investimenti, invece, quelli sì, "solidi".
Le dinamiche dei consumi culturali, peraltro, fanno emergere tante questioni che hanno rilevanza per le scelte di politica pubblica. Ci raccontano, ad esempio, di tassi di partecipazione degli italiani a mostre e musei aumentati di sei punti negli ultimi quindici anni, in parallelo all´aumento di oltre venti milioni delle visite ai musei statali e non statali, le quali hanno origine anche dagli stranieri. Ci raccontano un´impressionante dinamicità dei consumi culturali nelle grandi aree urbane, e una parallela crescita dell´attrattività delle infrastrutture e delle attività culturali gestite dai Comuni al confronto con quelle gestite dallo Stato. Se prendiamo le sei principali città d´arte italiane, fra il 2000 e il 2007 i biglietti staccati dalle reti dei musei civici, secondo la fonte Federcultura, sono aumentati del 30%, mentre nello stesso periodo i biglietti emessi dai musei statali sono aumentati del 14%, meno della metà. Non voglio essere accusato di propaganda romana, ma non mi dispiace ricordare che nei civici romani l´aumento è stato del 92,9%. Dinamiche anche più accentuate sono emerse nei civici genovesi e torinesi. Solo Milano è in controtendenza. Sulle dieci mostre italiane più visitate nel 2007, secondo la fonte de Il Giornale dell´Arte, sette sono state organizzate da Comuni e altre due da essi cofinanziate. E che dire delle biblioteche? Mentre fra il 2000 e il 2006 il numero di lettori delle biblioteche ministeriali si è ridotto del 16%, nel solo sistema delle biblioteche civiche di Roma gli utenti aumentavano di 500 mila unità, il 43%, con un consistente ampliamento nelle periferie e a vantaggio dell´integrazione culturale dei ceti sociali più deboli e delle persone recentemente trasferite in Italia. So bene che si tratta di sistemi non paragonabili, per tipo di utenza e per processi produttivi. E tuttavia, si tratta di un altro segnale che le politiche culturali pubbliche possono ben essere in sintonia con la domanda, e che quelle locali sembrano esserlo state in tante significative circostanze.
Un po´ diversa, invece, la storia raccontata dagli analoghi dati relativi al settore teatrale e musicale. Nella musica classica la partecipazione è aumentata in 17 anni di soli due punti, e resta ancora sotto il 10%, ben lontana dai livelli dei paesi del Nord Europa e dalla stessa media dell´Unione, pari al 18%. I biglietti sono cresciuti, nello stesso periodo, di un milione e mezzo, ma più della metà di questo incremento nazionale si concentra nel solo Auditorium di Roma, anche grazie all´apporto dell´Accademia di Santa Cecilia. Nel teatro i tassi di partecipazione sono cresciuti di sei punti e mezzo, ma la quantità di biglietti rilevati dalla Siae è cresciuta molto meno. Sintomo, presumibilmente, di un cambiamento dei comportamenti del pubblico, che è diventato più numeroso ma con frequenze di partecipazione più basse e asistematiche, e probabilmente anche con luoghi di frequenza più eterogenei del passato. Nuovi pubblici emergenti che non hanno comportamenti simili a quelli dei tradizionali abbonati ai teatri stabili e alle Fondazioni lirico-sinfoniche. Pubblici alla ricerca di nuove modalità di consumo e di interazione, e che forse in qualche caso già le hanno trovate lontano dalle istituzioni ufficiali. Insomma, nel settore teatrale e musicale l´analisi di Baricco sembra avere qualche coerenza con i dati analitici che, sia pur velocemente, abbiamo provato a mettere insieme per la discussione di oggi.
Vorrei però tornare a sottolineare che le esternalità positive generate dal settore culturale non passano solo attraverso i consumi, ma anche tramite l´attivazione di un indotto produttivo. Queste esternalità via produzione non sono affatto marginali per il sistema economico del nostro paese, poiché configurano filiere di specializzazione che hanno importanza almeno uguale a quella dei tradizionali distretti industriali oppure a quella delle produzioni automobilistiche a basso impatto ambientale.
Penso al retroterra industriale e artigianale delle attività espositive e di quelle sceniche, così come di quelle teatrali, musicali e letterarie, che tra l´altro assolvono a compiti di fornitura e di formazione per settori ben più ricchi dell´industria culturale, come l´audiovisivo e il cinema. Penso a tutto ciò che è attivato dalle produzioni audiovisive e cinematografiche, e di nuovo penso a Roma, dove è collocato un distretto produttivo di dimensione nazionale e, in alcuni comparti, anche europea e internazionale. Penso alle interrelazioni fra settore culturale e quell´insieme di attività che hanno assunto il nome di "industrie creative", che spaziano dal design all´architettura, dalle nuove modalità di produzione e di distribuzione dei contenuti culturali all´arte contemporanea. Penso alle filiere dei prodotti e dei servizi di qualità, e ad elevato contenuto di innovazione, che sono collegati ad un modello, per fortuna in crescita, di turismo culturale sostenibile e consapevole. E penso anche, con dolore e con rabbia, alle tecnologie e al know how per la manutenzione dell´edilizia storica, dove l´Italia eccelle per qualità della ricerca e per capacità delle imprese, sia industriali che artigiane: un´eccellenza però che il sistema paese non riesce a mettere in campo con la necessaria fermezza delle regole ed efficacia degli incentivi con l´obiettivo di evitare il decadimento della qualità sia dell´edilizia moderna sia di quella destinata agli interventi di manutenzione conservativa, con le conseguenze drammatiche che misuriamo in occasione di ogni maledetto terremoto.
Insomma, per l´Italia la cultura non è un lusso che la nostra comunità e i suoi decisori pubblici hanno voluto prendersi durante un periodo di crescita economica favorevole e a cui oggi sarebbe di necessità obbligatorio rinunciare in una fase di grave crisi economica e di restrizioni della finanza pubblica. Si tratta, invece, di un settore in cui il nostro paese gode di un vantaggio comparato che né la Cina né l´euro forte hanno scalfito negli ultimi anni. Un settore al cui interno la crescita della produttività è stata superiore a quella media dell´economia, come hanno dimostrato Leon e Galli. Un settore che, se viene certamente colpito dagli effetti negativi dell´attuale congiuntura nelle domande che il mercato esprime, può contare al tempo stesso su prospettive favorevoli generate, durante ma soprattutto dopo la grande crisi che viviamo, da una ricomposizione della domanda di consumo che lo vedrà relativamente avvantaggiato al confronto con altri consumi. Per motivi (relativi) di costo, di sostenibilità, di prevedibile aggiustamento delle preferenze individuali e collettive.
E quindi si tratta di un settore che le politiche pubbliche, e quelle economiche in particolare, devono sostenere con l´obiettivo di presidiare una specializzazione fortemente radicata nel nostro paese, di renderne massime le esternalità prodotte a vantaggio del resto dell´economia, di mantenere in vita fino alla fine della crisi in corso una capacità produttiva che non possiamo permetterci di distruggere.
Né più, né meno: esattamente come la Fiat.
Sono arrivato così al cuore del ragionamento che è mia intenzione proporvi. Se si evita l´errore che ho descritto, se si ristabilisce la legittimità dell´intervento pubblico a partire dal nesso fra il settore culturale e lo sviluppo economico, e se si argomenta la particolare necessità e urgenza che l´intervento pubblico agisca proprio adesso, in tempo di crisi, allora non ci si può limitare a chiedere il semplice ripristino degli stanziamenti sui capitoli di spesa dell´amministrazione statale dei beni e delle attività culturali. Occorre progettare una nuova politica culturale, come hanno giustamente pensato gli organizzatori dell´odierno convegno.
E ciò per due motivi. Primo, non è affatto detto che sia proprio quella l´amministrazione meglio attrezzata a gestire modalità d´intervento che non sono tutte racchiuse all´interno delle politiche culturali, ma si collegano con prepotenza a missioni di sviluppo, di occupazione, di salvataggio e rafforzamento del potenziale produttivo, di sostenibilità e crescita equilibrata dei sistemi urbani e territoriali. Secondo, già da tempo non è più quella l´amministrazione che controlla il bandolo della matassa finanziaria che si è sviluppata negli ultimi quindici anni di intensa crescita del settore culturale e delle risorse ad esso attribuite da decisioni pubbliche ovvero da scelte del mercato, e cioè di famiglie e imprese.
Se prendiamo il settore dello spettacolo dal vivo , è ben noto che il Fus è rimasto quasi costante in termini monetari per lunghi anni, per aumentare poi di qualche decina di milioni di euro nel 2007. La sola crescita della spesa del pubblico, però, ha più che sopravanzato quel piccolo incremento di risorse statali: mentre il Fus restava pressoché costante in termini monetari, fra il 1990 e il 2007 la spesa del pubblico pagante aumentava più del 200%, pur escludendo i settori della musica leggera e del jazz. Nel 1990 i gestori introitavano 42 centesimi di euro di biglietti del pubblico pagante per ogni euro di sovvenzione Fus, oggi l´introito è di 1,12 euro. Se consideriamo anche le altre forme di finanziamento privato, e in particolare le sponsorizzazioni e le erogazioni delle Fondazioni di origine bancaria, i gestori nel 2007 hanno attivato risorse private di 1,74 euro per ogni euro di sovvenzione Fus. E poi, accanto allo Stato, è emerso con forza il protagonismo degli enti locali: già nel 1990 le risorse pubbliche locali per lo spettacolo quasi equivalevano quelle dello Stato, nel 2007 valgono più di quattro volte l´ammontare del Fus. Insomma, il Fus contava nel 1990 il 38% delle risorse allocate per lo spettacolo dal vivo, ne conta oggi meno del 15%.
La storia si ripete nei beni culturali, pur con qualche specificità. A differenza dello spettacolo, la spesa statale è complessivamente cresciuta fra 1990 e 2007, anche se con alterne vicende cicliche all´interno del periodo. In ogni caso, a valori reali l´incremento nei 17 anni è del 19%. Nello stesso periodo le risorse pubbliche locali sono aumentate del 150% in termini reali, mentre quelle private (sponsorizzazioni, Fondazioni ex bancarie, bigliettazione, introiti dei servizi aggiuntivi ed erogazioni liberali di società e persone fisiche) sono aumentate, sempre in termini reali, del 130%. E così, mentre nel 1990 la spesa statale dell´allora Ministero per i beni culturali e ambientali pesava per il 40% sul totale delle risorse allocate al settore, nel 2007 le risorse del Mibac contano per il 24%.
Si badi bene: non sto proponendo un gretto argomento secondo il quale, essendo i soldi l´equivalente del potere, il Mibac conta sempre di meno. Dietro questi dati c´è un´evoluzione normativa, c´è una riforma costituzionale in senso federale, c´è l´allocazione di ingenti risorse da parte dei Fondi strutturali comunitari e del Fas a vantaggio delle Regioni svantaggiate, e la scelta di queste ultime di destinarne quote considerevoli all´investimento in cultura con finalità di sviluppo e di coesione. Tutti questi processi non hanno messo in discussione il ruolo centrale del Mibac per l´esercizio delle funzioni di tutela e, in qualche caso, come quello delle politiche di sviluppo territoriale, un suo ruolo di coordinamento e di soggetto beneficiario.
Dietro questi dati c´è il più elevato interesse alle esternalità prodotte dalla cultura, che sono fortemente territorializzate, da parte dei decisori pubblici locali al confronto con quelli nazionali − con qualche lodevole e importante eccezione collocata alla fine dello scorso secolo. Un interesse talvolta obbligato, perché lo Stato, nel ritirarsi da alcune funzioni, ha chiesto agli enti locali, e soprattutto ai Comuni, di esercitare una supplenza se non un vero e proprio subentro.
E dietro questi dati c´è, infine, il lento − ma a mio modo di vedere inesorabile − affermarsi di un modello di politica culturale e di gestione delle istituzioni culturali non dipendente unicamente da un solo "padrone", sia esso lo Stato o il Comune o una Fondazione ex bancaria o un importante sponsor. Istituzioni (pubbliche, private, no profit) che diversificano le loro capacità di finanziamento sono anche istituzioni più libere, perché non devono rispondere a un solo mecenate ma a molti stakeholders, in un quadro che meglio garantisce pluralismo e professionalità delle scelte di tipo artistico e produttivo.
E allora, se si vuole pensare a un nuovo intervento pubblico a sostegno della cultura, non basta ripristinare i capitoli di spesa del Ministero centrale. Occorre anche ripensare gli strumenti e le modalità operative di intervento. E non basta pensare solo allo Stato. Occorre coinvolgere le istituzioni pubbliche di ogni livello, occorre pensare in termini autenticamente federali, occorre affrontare temi e problemi che non si chiudono meramente all´interno dei meccanismi decisionali del Collegio Romano. A cominciare dall´intensificazione delle collaborazioni e dei partenariati pubblico-pubblico, e principalmente fra Stato, Regioni ed enti locali, in particolare Comuni: uno degli effetti della crisi sarà di inaridire, almeno temporaneamente, l´afflusso di risorse da parte di sponsor e Fondazioni ex bancarie, e una risposta deve essere quella di mettere insieme più frequentemente e con maggiore integrazione le azioni delle diverse istituzioni pubbliche. Nella programmazione degli investimenti, da un lato. Ma anche nella gestione delle istituzioni: ad esempio, a quando l´attuazione del progetto, di cui si parla da tanti anni, di istituire una forma organizzativa integrata fra Stato e Campidoglio per la valorizzazione e la gestione dell´insieme delle aree archeologiche romane, oggi divise fra gestione statale e gestione comunale?
In conclusione, alcune proposte. Dieci proposte discutibili e perfettibili, come si conviene a una sede di discussione scientifica e culturale come quella di oggi. Proposte le cui motivazioni, spero, si trovino facilmente leggibili nei ragionamenti fin qui svolti.
1. In tempi di elezioni europee, mi sembra utile partire dall´Europa. Una sospensione temporanea delle imposte indirette sui servizi e sui prodotti culturali, fino alla fine della crisi, può dare un contributo al sostegno dei consumi, a condizione che il bilancio europeo la assuma come costo a suo carico, scontandola agli Stati membri sui contributi dovuti e sull´Iva comunitaria. Sarebbe interessante verificare se tutte le forze politiche italiane potessero portare nel nuovo Parlamento di Strasburgo questa proposta. Il sostegno alla cultura come la rottamazione delle auto, con un ruolo centrale dell´Europa.
2. L´Europa potrebbe fornire una leva finanziaria per un vasto programma di manutenzione degli edifici storici e dei centri storici, mobilitando in parte risorse del suo bilancio e della Banca Europea degli Investimenti, e in parte risorse aggiuntive da reperire sui mercati tramite l´emissione di titoli europei. Anche qui sarebbe interessante realizzare una convergenza fra le diverse forze politiche italiane, visto che tutte sono d´accordo con l´antica proposta di Delors sugli Euro-Bond: si tratterebbe di definire una priorità di destinazione nell´ambito del settore dei beni culturali e dei centri storici.
3. La sponda di cofinanziamento in Italia si potrebbe ricavare all´interno del cosiddetto "piano casa", o più presumibilmente in un suo adeguato addendum. In questa direzione, andrebbe intensificato l´uso della concessione d´uso e di gestione per immobili demaniali da restaurare e da dedicare a utilizzi culturali, in partenariato con i Comuni e con soggetti privati, sulla scorta dell´importante progetto veneziano di Punta della Dogana. Vincolo ineludibile per chiunque: l´utilizzo di tecnologie di conservazione adeguate. Certamente costeranno di più, ma almeno gli edifici non crollano.
4. Lo Stato italiano, in ogni caso, potrebbe far qualcosa anche da solo, liberando i Comuni dai vincoli del Patto di stabilità interno per i programmi immediatamente attivabili di manutenzioni ordinarie e straordinarie sui beni culturali, sugli edifici storici e sul resto del patrimonio pubblico. E´ noto che i 17 miliardi stanziati dal CIPE nell´ambito del pacchetto anti-crisi, riferendosi a progetti di dimensione media e grande, rischiano di avere scarsi effetti anticiclici. Al contrario, i Comuni potrebbero attivare entro poche settimane programmi di manutenzione straordinaria, e così potrebbero fare anche alcune amministrazioni centrali, compresa quella dei beni culturali, se adeguatamente finanziate dal Tesoro. Insomma, come abbiamo imparato dall´esperienza del FIO negli anni ´80, la spesa per investimenti non è anticiclica se è su progetti i cui tempi di realizzazione viaggiano, come succede in Italia, fra i tre e i dodici anni. Anche qui vale il vincolo tecnologico sulla natura degli interventi: la qualità della progettazione e delle imprese coinvolte, oltre che la professionalità delle maestranze, deve essere ineccepibile e certificabile.
5. La crisi potrebbe aprire un´insperata opportunità politica per tre riforme di fondo. La prima è quella dei rapporti finanziari fra l´industria dell´audiovisivo e il resto del settore culturale. In Francia l´esperimento in corso è di destinare quote crescenti dei palinsesti delle televisioni pubbliche a programmazioni di qualità senza pubblicità. Personalmente, continuo a preferire un altro approccio, che più volte abbiamo sostenuto con Paolo Leon: quello di dedicare un contributo sulla pubblicità televisiva al finanziamento delle industrie e delle attività culturali delle cui esternalità lo stesso settore audiovisivo beneficia, e quindi soprattutto industrie e attività legate alla lettura, al cinema, allo spettacolo dal vivo. Undici anni fa fu fatto il primo passo avanti, passando dalle quote di distribuzione alle quote di produzione per i prodotti dell´industria audiovisiva nazionale ed europea a carico dei concessionari televisivi nazionali. Non vi è dubbio che quella misura ha contribuito a rilanciare un intero settore produttivo. E tuttavia, l´eterogenesi dei fini è sempre in agguato nelle politiche pubbliche, e oggi è necessario considerare l´effetto negativo indotto da quella norma sull´estensione dell´assetto oligopolistico dalla televisione alle produzioni audiovisive e cinematografiche. Quindi, una nuova scelta sarebbe di passare a un vero e proprio regime di contribuzione diretta, o almeno a un mix fra la contribuzione diretta e obblighi di produzione e co-produzione.
6. La seconda riforma è quella di integrare più strettamente i settori beneficiari delle esternalità positive prodotte dal patrimonio culturale con i soggetti pubblici che ne sopportano i costi. Il contributo di scopo "per" il turismo − e non "sul" turismo − può assumere la forma tradizionale del contributo di soggiorno oppure quella della compartecipazione dei Comuni al gettito dell´Iva: entrambe le forme sono previste nel disegno di legge delega per l´attuazione dell´articolo 119 della Costituzione, cosiddetto "federalismo fiscale". Il punto è dirottare una piccola quota della disponibilità a pagare dei turisti per la fruizione delle risorse che danno attrattività al territorio verso la finanza locale, con il vincolo che le risorse così determinate vengano interamente destinate al finanziamento dei servizi urbani dalla cui provvista e qualità dipende non solo la stessa utilità tratta dal turista, e quindi la competitività del prodotto turistico, ma anche la sostenibilità del suo impatto territoriale e della sua convivenza con la qualità della vita dei residenti (manutenzione e conservazione dei beni culturali, ambientali e paesaggistici; pulizia, decoro e sicurezza nei centri storici; igiene urbana; trasporto locale). Le modalità di prelievo e di utilizzo di questo contributo, che risponde al principio del beneficio e porta equità ed efficienza al sistema fiscale nel suo complesso, potrebbero essere concertate e codecise fra l´ente locale e le rappresentanze sociali ed economiche, con forme di governance da sperimentare, ad esempio in rapporto con il sistema delle Camere di Commercio.
7. La terza riforma è quella di avviare una fase di transizione, necessariamente graduale, dei meccanismi di attribuzione dei sussidi pubblici alle istituzioni e alle attività culturali. Non credo però che si debba andare verso il modello della concorrenza "per" il mercato proprio dei servizi di interesse economico generale, come qualche commentatore ha ipotizzato sulla base di una lettura forse affrettata di un recente parere dell´Autorità garante della concorrenza e dei mercati. L´"eccezione culturale" non può non valere, e soprattutto in questo campo. Non vedo proprio come, ad esempio, la gestione di un sito museale o archeologico pubblico possa obbligatoriamente essere "messa a gara", al pari del servizio di distribuzione del gas o del trasporto pubblico. Mi sembra inevitabile che nel campo dei beni culturali resti forte la presenza di gestioni direttamente o indirettamente pubbliche, le quali devono naturalmente essere spinte sulla frontiera dell´efficienza gestionale, devono rivolgersi al mercato per prestazioni specialistiche e devono essere assoggettate a procedure di valutazione e di controllo, non solo da parte dell´ente proprietario ma anche da parte di Agenzie indipendenti. Diverso il caso di contenitori vuoti, ovvero di infrastrutture che possono accogliere eventi e attività prodotti da una pluralità di soggetti. Si tratterebbe in questo caso di dotarsi di appositi codici di autoregolamentazione, che non potrebbero certo fare riferimento alle normative degli appalti di servizio o di lavori pubblici esistenti: come si potrebbe scegliere, tramite gara, l´offerta economicamente più vantaggiosa per mettere in scena, ad esempio, un Goldoni o un concerto di Mahler, piuttosto che una mostra di Picasso? Occorre semmai pensare a criteri che fissino le condizioni di utilizzo dello spazio, favorendo le coproduzioni e l´accessibilità, ferma restando l´unitarietà artistica delle scelte sul profilo culturale complessivo delle proposte e dell´offerta, e l´esistenza di appropriati sistemi di valutazione della gestione e dei risultati. Non va poi sottovalutata la potenzialità, in questo settore, della concorrenza "nel" mercato, piuttosto che di quella "per" il mercato. Si tratterebbe di passare gradualmente ad un finanziamento delle attività, e non dei costi di autoamministrazione delle istituzioni, promuovendo così nuovi spazi, cartelloni e proposte che facciano concorrenza a quelli esistenti, come ha proposto Grifasi, e distribuendo i sussidi pubblici in base ai risultati (di pubblico, di internazionalizzazione, di innovazione, di gestione).
8. Una grande questione irrisolta resta l´assetto organizzativo del Mibac. Nel 1967 la Commissione d´indagine parlamentare presieduta da Francesco Franceschini affermava che ad un efficace esercizio delle funzioni di tutela dei beni culturali faceva da ostacolo "una concezione amministrativa che, non distinguendo adeguatamente la specifica e differenziale qualità dei beni culturali da ogni altra categoria di beni, ha assoggettato fino ad oggi la disciplina dei Beni culturali stessi a ordinamenti, norme contabili, stati giuridici del personale, erogazioni di bilancio, ecc., indifferenziati da quelli propri genericamente a tutte le altre amministrazioni pubbliche; in contrasto palese, stridente e gravemente pregiudizievole con le esigenze affatto proprie a questo specialissimo settore". E proponeva di conseguenza l´istituzione di un´Amministrazione autonoma dello Stato per i beni culturali non già nella forma di un Ministero, ma in quella allora in vigore dell´Ente pubblico in modo da "uscire esplicitamente e definitivamente sia dalle pastoie inceppanti delle diverse burocrazie, sia dalla asfittica oppressione delle comuni norme contabili, quanto mai inadeguate agli alti compiti e alle conseguenti gravi responsabilità che si debbano modernamente assumere". Tutti i governi della Repubblica e tutti i Ministri che hanno rifornito di sostanziose risorse l´amministrazione statale dei beni culturali, e che poi si sono ritrovati con cantieri di durata infinita, con accumulo di residui passivi ovvero con enormi difficoltà operative per l´attuazione degli interventi, devono sapere con chi prendersela: è ingiusto prendersela con i tecnici e i funzionari del Ministero, peraltro da sempre, e ancor di più oggi, in numero del tutto insufficiente a soddisfare i compiti istituzionali. Devono prendersela con il Parlamento della legislatura successiva, che non seguì i consigli della Commissione Franceschini, ma decise invece di fondare nel 1970 un Ministero nuovo di nome, ma ordinario negli strumenti, invece di una tecnostruttura in forma di agenzia con i meccanismi di funzionamento propri di un soggetto che deve gestire importanti appalti pubblici (vedi Anas) ovvero situazioni di pesante operatività quotidiana (vedi Protezione civile). Di fronte a simili problemi di natura strutturale, il ricorso all´istituto del commissariamento di singoli uffici presta il fianco a numerose critiche, e rischia di restare nella migliore delle ipotesi una mera scorciatoia. Perché, invece, non affrontare il problema di fondo con un´organica e moderna proposta di riforma organizzativa del Ministero, anche ispirandosi agli indirizzi della Commissione bicamerale d´indagine degli anni ´60, nonché all´analisi degli interessanti risultati ottenuti dalla riforma del Ministero francese della cultura varata nello scorso decennio?
9. Le restrizioni della finanza pubblica non sono limitate al settore culturale, ma hanno colpito anche la finanza locale, soprattutto quella comunale, e ciò mette a rischio la prosecuzione delle tendenze consolidatesi negli ultimi trenta anni verso l´espansione della spesa pubblica locale destinata alla cultura. E´ realistico, anzi, prevedere contrazioni e difficoltà. In prospettiva, poi, il nuovo assetto della finanza pubblica multilivello, contenuto nella legge delega sull´attuazione dell´art. 119 della Costituzione, cosiddetto "federalismo fiscale", presenta per il settore culturale ricadute inedite e impatti ancora ampiamente inesplorati. Il nuovo impianto della finanza pubblica ruota intorno ai concetti di "servizi essenziali" e di "funzioni fondamentali", per i quali è garantito il finanziamento integrale e la completa perequazione con il metodo dei fabbisogni standard. Il settore culturale non fa parte di questo perimetro, e soprattutto non ne fanno parte le infrastrutture culturali (musei, biblioteche, archivi), che per più del 50% sono possedute in Italia dai Comuni. Il Parlamento non ha voluto accogliere apposite proposte emendative che andavano in quella direzione, in modo da garantire ai Comuni la certezza delle risorse necessarie per mantenere gli impegni di manutenzione, conservazione e valorizzazione di quelle infrastrutture culturali di base che sono una delle più importanti eredità delle tradizioni civiche del nostro paese. La mia opinione è nota: credo che il Parlamento e la sua maggioranza abbiano, su questo, compiuto un errore. In pratica, l´intero settore culturale, e non solo le attività, dovranno essere finanziate facendo ricorso a consistenti margini di sforzo fiscale locale. Anche da qui emerge l´interesse per la questione del contributo di scopo. Le Regioni potrebbero aiutare i Comuni integrando la perequazione incompleta fornita dallo Stato. Ciò che si può fare, a questo punto, è produrre una buona quantità di conoscenza e di dati sull´argomento, ad esempio tramite l´iniziativa degli assessori alla cultura delle città d´arte oppure dell´Anci, e utilizzare questi dati per un´appropriata iniziativa politica, di opinione e istituzionale finalizzata a limitare i danni potenziali, tenendo conto che ci sono ancora due anni per la redazione dei decreti delegati e cinque per la graduale sperimentazione del nuovo assetto finanziario. Mettere a fattor comune la conoscenza sulle politiche culturali dei Comuni, d´altra parte, è un atto dovuto, su cui esistono troppi ritardi nelle amministrazioni centrali e nelle sedi associative delle autonomie locali. Basti pensare che dal 1996, da quando l´Enit non lo fa più, nessun soggetto nazionale raccoglie i dati relativi all´affluenza nei beni culturali di proprietà non statale. Sarebbe una bella iniziativa, da parte degli enti locali, promuovere conoscenze condivise sui costi e sui fabbisogni standard nel settore culturale, oltre a banche dati che consentano il benchmarking sulla gestione e sulla valutazione delle politiche culturali promosse localmente. Il settore culturale dovrà, su questo terreno, costruire relazioni più solide e strutturate con le rappresentanze istituzionali di Regioni, Province, Comuni. In parallelo, dovrà proseguire la riflessione, peraltro già avviata, sul futuro "federale" del Fus, e quindi sulle componenti delle missioni di politica culturale assegnate a questo tradizionale fondo statale che dovranno restare di livello nazionale e quelle invece che andranno conferite alle Regioni. Una riflessione che sarebbe bene intrecciare con la riforma dei meccanismi di assegnazione dei sussidi cui si è fatto cenno.
10. L´ultima direttrice di lavoro è la più importante. Penso alla scuola, alla formazione di base per l´accesso alla conoscenza dei prodotti culturali e per l´espressione della creatività. Il mio punto di vista è che quella di Baricco non sia stata affatto una provocazione, ma una considerazione sacrosanta. Nella progressiva abolizione dei tradizionali moduli formativi sull´arte e sulla musica nella scuola italiana leggo un esempio di quel tipo di rimozione collettiva di cui il nostro paese fa troppo spesso uso quando non riesce a risolvere un problema. Visto che quei moduli tradizionali non erano più considerati efficaci, li si è semplicemente candidati all´estinzione, senza la capacità di sostituirli con qualcos´altro, dimenticandosi che arte, cultura, musica sono elementi fondativi non solo della cittadinanza astratta, ma di quella concretamente e storicamente italiana. Non ci si stupisca poi degli incredibili successi di pubblico giovanile ai festival tematici di cultura e di scienza che sono nati in tante città italiane negli ultimi anni. E´ necessario qui progettare davvero qualcosa di nuovo, con riferimento anche alle forme meno antiche dell´espressione culturale (come ad esempio il cinema). Qualcosa che non dovrà essere affidato ai soli pedagogisti, ma a modelli di integrazione e di compenetrazione fra istituzioni e professioni del settore culturale e mondo della scuola. Ma qui, per mia fortuna, il compito dell´economista è terminato e ad altri spetta il cimento.

 
 

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