Roma, 12 Dicembre 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



12/01/2009 M.causi
Più solidarietà, più concertazione, più sviluppo
Discussione generale sul decreto 185 (decreto anti-crisi)

Più solidarietà, più concertazione, più sviluppo
 
Mentre l´Unione Europea suggerisce agli Stati membri il varo di politiche fiscali espansive per un punto e mezzo di Pil (sarebbero circa 23 miliardi in Italia) e mentre il Fondo Monetario Internazionale critica l´insufficienza dei piani di salvataggio finora adottati dai paesi del G20, oggi la Camera comincia ad esaminare il decreto anti-crisi. Secondo le stime fornite dal Governo, esso non ha alcun impatto sui saldi di finanza pubblica: le maggiori spese (il bonus famiglia) si finanziano con le maggiori entrate (rivalutazione "agevolata" e accertamenti). E´ probabile che alcune delle poste in entrata siano sopravvalutate, e quindi che in realtà la manovra sia in leggero deficit, pari a circa lo 0,3% del Pil. Anche tenendo conto che i 2,4 miliardi del bonus famiglia hanno un effetto redistributivo, si tratta comunque e davvero di troppo poco per garantire un sensibile impatto antirecessivo.
Al di là del merito, su cui poi tornerò, voglio anche soffermarmi sul processo che ha condotto questo decreto fino al voto in aula. I parlamentari delle Commissioni Bilancio e Finanze direbbero qualcosa di non vero se potessero affermare di aver compiutamente adempiuto al loro compito referente. In realtà, le Commissioni hanno potuto lavorare nel merito solo di un sottoinsieme degli articoli di questo decreto.
Non sono stati istruiti, e cioè valutati nella loro interezza ed esaminati in dettaglio tanti interventi emendativi - presentati sia dalla maggioranza che dalle opposizioni − né altri che sarebbero potuti maturare da un esame coscienzioso e approfondito di tutti gli articoli del decreto.
E´ mancata, in Commissione, la discussione su argomenti niente affatto banali, come ad esempio: l´art. 13 che modifica le procedura in caso di OPA; l´art. 14 che modifica le procedure dell´amministrazione straordinaria di aziende in crisi, con potenziali effetti che sembrano a prima vista negativi sulla tutela degli interessi dei lavoratori; l´art. 15 sulla rivalutazione volontaria di valori contabili; l´art. 20 sulle procedure di approvazione dei progetti di investimento, su cui i relatori hanno introdotto rilevanti modifiche che non sono state affatto discusse e di cui non è ancora chiara la portata, che sembra potenzialmente non sempre accettabile; l´art. 22 sulla Cassa Depositi e Prestiti, con buona pace di tante comunicazioni del Governo che ha individuato proprio nella Cassa il perno centrale di nuove politiche di intervento attivo nell´economia; l´art. 24 sulla moratoria fiscale; il 25 e il 26, sul trasporto e sulla Tirrenia. E infine, ma non per ultimo in ordine di importanza, l´art. 32 sulla riscossione.
La discussione è stata fortemente compromessa da un atteggiamento passivo da parte del Governo e dalle difficoltà interne alla stessa maggioranza. Se solo si pensa che gli ultimi emendamenti proposti dai relatori sono stati presentati nel corso della giornata di venerdì 9 gennaio, si potrà ben capire che le Commissioni riunite hanno avuto a disposizione solo un solo giorno e mezzo di lavoro effettivo.
Non racconto queste cose solo per manifestare il dispiacere di un rappresentate parlamentare che ha nettamente avuto la sensazione di non essere stato nelle condizioni di poter compiere in pieno il suo dovere. C´è qualcosa di più, un vero e proprio rischio di inagibilità delle istituzioni rappresentative della nostra democrazia repubblicana, un rischio che apparirebbe ancora più grave se il Governo sceglierà anche in aula la strada di soffocare la discussione di merito avanzando la questione di fiducia.
Nei tempi così ristretti che sono stati concessi, le Commissioni hanno deciso di concentrare il lavoro su alcuni articoli. E, per gli articoli sui quali c´è stato il tempo di lavorare davvero, i testi sono in molti casi usciti modificati, quasi sempre in modo migliorativo anche se quasi sempre in modo marginale.
Ad esempio, l´art. 2 sui mutui e il nuovo 2 bis sulla commissione di massimo scoperto, su cui prendiamo atto con soddisfazione che il centro-destra ha cambiato opinione al confronto con pochi mesi fa, quando aveva alzato il fuoco di sbarramento su una proposta, peraltro più completa e avanzata, del governo di centro-sinistra. Lo stesso non può dirsi per il sostegno alle famiglie affittuarie, perché lo stanziamento di soli 20 milioni è davvero del tutto insufficiente. Qualcosa si è fatto sull´art.3 relativo alle tariffe, ma comunque in un contesto che resta confuso e con tutta probabilità controproducente ai fini stessi che vengono dichiarati: i paesi che hanno sperimentato il sistema "pay as bid" hanno infatti in passato sperimentato aumenti, e non riduzioni, del prezzo dell´energia. Qualcosa si è fatto sugli assegni familiari, ma davvero troppo poco.
Qualcosa si è fatto sull´art. 6 e sul 7, superando la semplice speri mentalità dell´Iva per cassa. Qualcosa sull´11, in materia di Confidi, anche se ancora insufficiente e sul 12, in materia di aiuti di Stato alle banche, anche se il Governo ha ritenuto di non accogliere tutte le proposte che erano state elaborate e discusse in questo Parlamento in occasione della discussione del precedente decreto sulle banche. Penso, in particolare, alla necessità di "regolamentare" in maniera trasparente e innovativa l´esercizio del diritto di voto da parte dello Stato quando esso diventa azionista o obbligazionista di una banca e penso ad un più forte e vincolante ruolo dell´autorità di vigilanza, perché il sistema economico italiano non può attendere ancora troppo tempo l´uscita dall´incertezza sulla patrimonializzazione delle banche. In parte, il ritardo nell´intervento deriva da un atteggiamento di chiusura delle stesse banche, atteggiamento che va contrastato, per gli effetti negativi che ha esercitato e sta esercitando a danno dell´economia reale tramite la contrazione del credito. E´ sufficiente a questo proposito leggere le recenti prese di posizione di Lorenzo Bini Smaghi.
Qualcosa si è fatto sull´art. 19, in materia di ammortizzatori sociali, ma si tratta di correzioni del tutto insufficienti non solo perché continuano ad essere assenti le risorse, ma anche perché l´ampliamento dei criteri di accesso alle indennità resta ancora assolutamente inadeguato. Qualcosa si è modificato sull´art. 29 in materia di agevolazioni agli investimenti per il risparmio energetico, ma non per quelli, altrettanto importanti, in ricerca e sviluppo.
Anche se ciò non cambia il giudizio del Partito Democratico di complessiva insoddisfazione per il provvedimento, quel poco lavoro che si è riusciti a fare nelle Commissioni dimostra tre cose: (a) la buona volontà delle Commissioni, dei loro Presidenti e dei relatori di maggioranza, di cui dò volentieri atto; (b) la non inutilità del lavoro parlamentare, contrariamente alle spinte politiche volte alla sua delegittimazione; (c) che se il Parlamento avesse avuto il tempo giusto, e un Governo davvero intenzionato ad accogliere i suggerimenti del Parlamento, e in particolare delle opposizioni, questo decreto così importante - per i contenuti e per i tempi: è infatti l´ultimo treno per prendere vere misure anticongiunturali, la cui efficiacia dipende anche e soprattutto dai tempi - avrebbe potuto davvero dare segnali positivi e forti e modificare le condizioni di fiducia del paese e lo stato delle aspettative degli operatori economici e delle famiglie.
Il Governo ha invece preferito un´altra strada. La strada della propaganda. La strada di raccontare al paese e all´opinione pubblica tante storie non vere. Non è vero, ad esempio, che siano stati accolti gli emendamenti essenziali presentati dalle opposizioni: di quale collaborazione va parlando il Ministro dell´Economia? Anzi, le aperture di dicembre del Ministro dell´Economia sono state di fatto disattese, così come senza risposta resta, a questo stadio dei lavori, il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica.
Non è vero che il decreto risolva il problema di liquidità dei fornitori della Pubblica Amministrazione. Non è vero che siano state apportate le modifiche necessarie alle condizioni di accessibilità agli ammortizzatori sociali per milioni di lavoratrici e lavoratori non assimilabili al lavoro dipendente. Non è vero che il decreto contenga una riforma degli assegni familiari: contiene soltanto la promessa di un futuro decreto, con una dotazione finanziaria talmente modesta da impedire una vera riforma in direzione universalistica. Non è vero che il decreto risolva il problema dei bilanci degli enti locali. Non è vero che risolva il problema di Malpensa. E non è vero che i crediti d´imposta siano destabilizzanti per la finanza pubblica. Il Governo, infatti, non ha ancora pubblicato alcun dato che corrobori questa valutazione.
Sono invece state introdotte tante piccole norme di interventi "microsettoriali", proprio quelli che la riforma del processo di bilancio tanto voluta dal Ministro Tremonti e tanto propagandata negli ultimi mesi voleva eliminare. Faccio una semplice lista: pensioni INPGI, fondi per l´UNIRE, per il Coni, per alcune Fiere, per singoli Istituti di ricerca scientifica, per le zone colpite da eventi sismici, per gli eventi sportivi connessi a Expo 2015.
Ma qui ormai siamo oltre la semplice, e legittima, propaganda. Siamo alla pubblicità ingannevole. Siamo all´ottimismo di maniera, vuoto, professato dal Presidente del Consiglio. Con il rischio che, quando fra pochi mesi cittadini e imprese si accorgeranno di essere stati presi in giro, alla rabbia per condizioni sociali ed economiche fortemente deteriorate si aggiungerà nuova rabbia contro l´insieme delle istituzioni repubblicane, incapaci di affrontare l´emergenza della crisi.
Voglio fare un solo esempio, ma è quello più importante: la garanzia del reddito per le persone che perdono il lavoro. Durante l´ultima grande crisi, quella del 1992-94, in Italia andarono perduti un milione e quattrocentomila posti di lavoro. Non si tratta oggi di prevedere quanti ne perderemo nei prossimi mesi, ma di avere la consapevolezza che saranno tanti, e che diversamente da allora la quota dei nuovi disoccupati/e garantiti/e da schemi di sostegno (cassa integrazione, mobilità, prepensionamenti) sarà molto più bassa. Sono a rischio, infatti, ampie fasce di lavoro non più protette, o non sufficientemente protette, e certamente non prepensionabili, perché giovani.
Per rispondere a questa emergenza ci vuole uno scatto di reni della collettività nazionale: la consapevolezza che la crisi in cui siamo entrati richiede di riscoprire il senso della solidarietà e della mutualità. Un senso ben radicato nel nostro paese, fin dalla fine dell´Ottocento, ma che negli ultimi venticinque anni è stato troppo spesso considerato antico e desueto, e mi rivolgo a tutti i gruppi politici presenti in questo Parlamento. E invece solo quelle radici potranno, forse, salvarci.
Garantire il reddito dei nuovi/e disoccupati/e non coperti/e da schemi di protezione (lavoratori/trici di settori e imprese non coperti dalla CIG, dipendenti di imprese artigiane, apprendisti, cocopro e cococo) serve anche a sostenere i consumi, perché migliora il potere d´acquisto di fasce che rischiano di cadere nella povertà.
Ma non è questa la principale motivazione politica della proposta che il Partito Democratico ha avanzato e che Governo e maggioranza non hanno accolto. Si tratta, prima ancora del sostegno dei consumi, di dare un segnale di solidarietà a chi viene colpito dalla crisi e di mantenere inalterato un capitale umano, con le sue conoscenze e le sue abilità, che rischia di andare distrutto, e con esso un capitale sociale di dimensioni difficilmente calcolabili.
La proposta del Partito Democratico è di istituire un nuovo Fondo di tutela per la garanzia del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici non coperti da schemi esistenti. L´obiettivo è di garantire ai non garantiti almeno il cinquanta per cento dei trattamenti previsti dalla legislazione oggi vigente in materia di integrazione salariale e di disoccupazione. Sono previste norme per evitare comportamenti opportunistici (patti di servizio, ruolo degli enti bilaterali, ecc.), già concordate con le parti sociali nel protocollo sul welfare firmato l´anno scorso dal precedente governo. E´ previsto che il Fondo di tutela agisca in via temporanea ed emergenziale, in attesa della riforma complessiva degli ammortizzatori sociali, per la quale esiste già un disegno di legge delega elaborato dal governo precedente e che, secondo il Partito Democratico, il Parlamento dovrebbe esaminare in via prioritaria nei prossimi mesi. Il Fondo viene rifornito di risorse provenienti dalla fiscalità generale, oltre che di una quota di contributi da parte delle imprese.
Governo e maggioranza hanno detto di no a questa proposta. Si sono assunti la responsabilità grave di ritardare ancora una volta un´importante riforma strutturale del nostro welfare. Una riforma ferma, con la colpevolezza di tutti, dal 1996.
Ben diverso fu lo spirito con cui si affrontò la crisi del 1992-93. Lo voglio ricordare, e ricordare chi, durante quella drammatica crisi, lavorò per un radicale rinnovamento della concertazione sociale e della politica economica che pose le basi per il risanamento delle pubbliche finanze, per la sconfitta dell´inflazione e per l´ingresso dell´Italia in Europa. Fra queste persone, una è recentemente scomparsa, e ne sentiamo tutti grandemente l´assenza: Bruno Trentin.
Ecco, oggi ci vorrebbe uno scatto simile, a partire dalla tutela dei disoccupati, attraverso un tavolo congiunto Governo-Opposizioni-parti sociali.
Qui siamo invece al piccolo cabotaggio, alla navigazione a vista. E tutti si domandano il perchè di tanto immobilismo, di tanta paura, di tanta prudenza. Il timore per il collocamento dei titoli del debito pubblico italiano? Ma le ultime aste sono andate molto bene. E´ vero che nei prossimi mesi tanti emittenti sovrani scenderanno sul mercato con le loro offerte di titoli pubblici o garantiti dagli Stati, ma è altresì vero che anche la domanda per questi titoli è aumentata: dopo le scottature degli ultimi mesi tutti gli investitori sono alla ricerca di titoli poco rischiosi.
Si sta forse aspettando che si muovano gli altri paesi europei, in modo da accodare l´Italia senza darle troppa visibilità? E quindi si stanno aspettando gli eventi in Germania? Ma un comportamento di questo tipo è tipico di una strategia non cooperativa, e invece solo con strategie non opportunistiche e fortemente cooperative l´Europa potrà sperare di uscire senza grandi traumi da questa grave crisi. E come non riconoscere che anche in Germania ormai le acque si sono smosse: la consapevolezza che nei prossimi tempi il dollaro sarà debole e l´euro forte da un lato tranquillizza i tedeschi, che hanno sempre preferito valuta forte e assenza di tensioni inflazionistiche, e dall´altro li porta ad occuparsi del rafforzamento del loro sistema di ammortizzatori sociali, perchè euro forte e domanda internazionale debole significano problemi occupazionali anche in Germania.
La sordità del Governo e della maggioranza agli interessi del paese è grave, e va denunciata con grande forza. Il Governo sembra sempre più accecato dalla ricerca di un facile consenso a breve termine ottenuto con i metodi del marketing, e sempre più incapace di fornire una prospettiva coerente di medio termine intorno a cui, allora sì, evocare una ripresa della fiducia e dell´ottimismo. In materia di politica economica sta prevalendo una logica di massima discrezionalità. Se qualche "riserva" esiste per più incisivi interventi reflattivi, se qualche carta potesse essere giocata, pur all´interno di un rigoroso rispetto dei saldi finanziari programmatici, essa viene accuratamente nascosta, con l´intento forse di utilizzarla volta per volta in modo roboante, propagandistico e pubblicitario, adatto alle trasmissioni televisive più che al vaglio dell´analisi rigorosa e della costruzione di politiche strutturali, efficaci e trasparenti. Così è avvenuto con l´Ici, gli straordinari, la social card, la robin tax, il bonus famiglia e via bomabardando con un´ossessiva comunicazione.
Le dichiarazioni rilasciate oggi dal sottosegretario Casero ("ci sono nuove norme che migliorano i saldi, sono risorse che sono lì, poi vedremo come utilizzarle") e del relatore, On. Bernardo ("se con questo decreto vengono risparmiate risorse è per utilizzarle nel corso dell´anno che verrà per far fronte alle emergenze che potranno presentarsi") rappresentano una conferma dell´interpretazione che ho proposto: non c´è paura, né prudenza da parte del Governo, c´è soltanto il volersi tenere le mani il più possibile libere.
Ma così il Governo rinuncia ad avere e ad annunciare oggi una vera politica economica: la cosa peggiore non solo perché siamo in tempi di crisi, ma anche perché non fornisce punti di riferimento che diventino essenziali per dare appiglio alle aspettative degli operatori. Perché mai famiglie e imprese dovrebbero essere ottimiste e aumentare la loro fiducia, come chiede il Presidente del Consiglio, se non c´è una politica economica coerente e prevedibile a cui fare riferimento?
C´è allora il rischio concreto che la manovra economica, in corso ormai permanentemente da otto mesi (Ici e straordinari, poi credito d´imposta, poi 112, poi finanziaria, poi decreto banche, adesso nuovo decreto anti crisi) non sia ancora finita e che altri decreti dovranno essere emanati: per esempio per finanziare gli ammortizzatori sociali a fronte dell´aumento della disoccupazione. Insomma, dalle leggi finanziarie "mostruose" degli anni passati alle leggi finanziarie "continue" di questi mesi.
Ci sarebbe un modo molto semplice per uscire dalla propaganda ed entrare invece in un contesto di politica economica che, pur non modificando gli attuali saldi di bilancio, possa influire positivamente sulle aspettative, e quindi sui comportamenti di famiglie e imprese.
Basterebbe impegnarsi fin da oggi ad utilizzare il 50% dei risparmi sulla spesa per interessi sul debito pubblico, da accertare nel mese di giugno, su alcune misure di sostegno della domanda e dell´economia. Si tratta, potenzialmente, di 2,5-3 miliardi di euro, che potrebbero essere destinati all´aumento del 20% degli assegni familiari (aumentando così la cifra del bonus famiglia per le famiglie di lavoratori dipendenti beneficiarie del bonus e aumentando in modo consistente la platea della famiglie a cui verrà in tasca qualcosa dai provvedimenti anticrisi), all´aumento vero delle risorse per gli ammortizzatori sociali in un contesto di loro riforma, allo sblocco delle spese per investimenti di manutenzione ordinaria degli enti locali (che sono le sole a poter essere attivate nell´arco di una vera manovra anticongiunturale). E impegnandosi poi affinchè, all´aumentare della cifra di risparmio che dovesse essere accertata a giugno, si prendano in considerazione altre misure, come la riforma degli assegni familiari in senso universalistico (la cosiddetta dote fiscale per i figli), l´aumento delle detrazioni per lavoro dipendente, l´aumento delle deducibilità per i pagamenti di interessi sui mutui prima casa e l´aumento delle risorse destinate a sostenere le famiglie in affitto in difficoltà.
E´ su questo che il Partito Democratico presenterà una serie di proposte emendative. Un numero limitato di proposte, volte a modificare il profilo della manovra e il suo impatto sulle aspettative di famiglie ed imprese. La nostra proposta è di decidere oggi come saranno impegnate le "riserve" che potrebbero emergere nel corso dell´anno. Ciò darà meno discrezionalità al Governo in corso d´anno, ma permetterà di dire che, finalmente, il paese si è dotato di una politica economica coerente e dinamicamente sostenibile nel tempo. La risposta di Governo e maggioranza a queste proposte sarà cruciale per definire il nostro giudizio sul decreto, che ad oggi è fortemente critico.

 
 

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