Roma, 05 Dicembre 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



17/12/2008 M.Causi
Crisi economica, cinque le emergenze: liquidità, disoccupazione, mezzogiorno, investimenti pubblici
 
E´ cominciata la battaglia in Parlamento per modificare il decreto legge 185, che contiene le misure per contrastare la crisi economica proposte dal governo. Misure del tutto insufficienti: basti pensare che l´Unione Europea ha suggerito ai paesi membri di mettere in atto manovre di sostegno all´economia pari a un punto e mezzo di Pil, anche finanziandole in deficit, purchè le misure siano anticicliche o temporanee. In Italia questo significherebbe una manovra di sostegno all´economia di 22 miliardi di euro, e invece il governo italiano ha presentato un piano che, addirittura, migliora i saldi di bilancio. Molti si interrogano sui motivi che hanno indotto il Ministro dell´economia a un comportamento così remissivo. Io ho qualche idea in merito, ma non è oggi il momento di dirla (concordo comunque con quanto ha scritto Luigi Guiso su "lavoce.info").
Adesso vediamo però come la manovra può essere modificata, grazie agli emendamenti presentati dall´opposizione parlamentare e in particolare dal Partito Democratico. E´ necessario intervenire su almeno cinque emergenze: liquidità, disoccupazione, redditi, mezzogiorno, investimenti pubblici.
 
Prima emergenza: liquidità
La domanda di consumi sta calando vertiginosamente in tutto il mondo. E questa non è la sola notizia. Quella ancora più importante è che essa non tornerà mai più in futuro ad avere le stesse caratteristiche che abbiamo conosciuto negli ultimi venticinque anni. Il circuito Stati Uniti che si indebitano per comprare qualsiasi cosa (dalle case agli armamenti) e Cina che produce e incassa dollari (e, nel nostro piccolo, Italia che viene trainata, laddove può, dalla domanda internazionale dei beni in cui è specializzata) è finito. Ci sarà tempo per ragionare di quale nuovo modello di consumo e di investimento potrà reggere in futuro un nuovo equilibrio sostenibile dell´economia mondiale.
Per adesso dobbiamo preoccuparci di un´emergenza ancora più grave: quella della liquidità delle nostre imprese. Perché molte imprese sono già in difficoltà, o potrebbero esserlo in poche settimane, non tanto perché registrano una riduzione dei loro ordinativi, quanto perché non hanno più un sufficiente accesso al credito. E quindi molte imprese, soprattutto piccole e medie, potrebbero entrare in crisi, e i loro i dipendenti e fornitori perdere il lavoro, ben prima dell´impatto della recessione internazionale sulla riduzione dei consumi, ma per il solo effetto della restrizione del credito. Anche qui molti si interrogano sullo strano stallo italiano nella partita che si gioca sulla ricapitalizzazione delle banche: un gioco di nervi fra Ministro dell´economia, Governatore della Banca d´Italia e sistema bancario che finora si è risolto in un nulla di fatto, con la conseguenza che le banche italiane sembrano avviate più delle loro consorelle europee a trasmettere all´economia reale la stretta creditizia.
Per mettere un argine a questa deriva un emendamento del Partito Democratico (chi scrive ne è il primo firmatario) propone di aggredire il problema a partire dai crediti che le imprese fornitrici vantano dalla Pubblica Amministrazione. Si tratta di circa 50 miliardi di euro. Se almeno una quota di questi crediti fosse liquidabile velocemente, le imprese, e i loro lavoratori, potrebbero guadagnare qualche mese di respiro. Ma non sempre le banche sono disponibili a scontare, e quindi anticipare, alle imprese i crediti vantati verso Stato, Regioni e altri enti pubblici. I motivi sono due, ma per ciascuno di questi c´è un rimedio, proposto nel nostro emendamento:
 
a)      non sempre i crediti sono ritenuti certi ed esigibili. Rimedio: l´amministrazione, a richiesta dell´impresa, è tenuta a "certificare" la validità della fattura emessa, una volta eseguiti tutti i controlli di legge (sul rispetto del contratto di servizio o di fornitura, piuttosto che sul collaudo dell´opera pubblica);
b)      non sempre la banca ha sufficiente liquidità. Rimedio: si metta in campo un "anticipatore" dei fondi di ultima istanza. Nella nostra proposta abbiamo individuato per questo ruolo la Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che viene autorizzata a scontare le fatture "certificate" a prezzi di mercato fino a un ammontare massimo di 30 miliardi di euro.
 
Trenta miliardi di ossigeno per le imprese, ma anche di ossigeno per gli amministratori pubblici (statali, regionali, comunali, delle ASL, ecc.) che sono oggi assediati dai fornitori e che non possono pagare per effetto dei limiti imposti alle loro erogazioni di cassa. Ossigeno per il sistema: certo, temporaneo e di emergenza. Ma, per chi ancora non lo avesse capito, siamo in un´emergenza mai vista negli ultimi ottanta anni.
La CDP detiene circa 103 miliardi di euro, che le provengono dal risparmio postale, presso la tesoreria dello Stato. Viene remunerata dallo Stato a un tasso superiore a quello dei BTP. Quindi, con l´operazione proposta si avrebbero i seguenti effetti: lo Stato risparmia sul costo del suo finanziamento, perché dovrebbe emettere BTP a un tasso inferiore a quello oggi pagato a CDP: il deficit dello Stato migliora; poiché i depositi CDP presso la tesoreria dello Stato fanno già parte del debito pubblico nazionale, l´ammontare di questo non aumenterebbe: se ne modifica solo la fonte di finanziamento; la remunerazione del risparmio postale non subirebbe alcuna modifica, perché è in linea con il tasso di sconto di mercato che la CDP guadagnerebbe dalle imprese che cedono i loro crediti verso la Pubblica Amministrazione. L´unico effetto è che si ridurrebbe la rendita che oggi la CDP lucra sui conti versati alla tesoreria dello Stato: una rendita che, si badi bene, non viene trasferita ai risparmiatori postali, ma diventa profitto della CDP da girare ai suoi azionisti: lo Stato stesso e le Fondazioni bancarie. Questo, mi sembra, è un sacrificio che si può chiedere alla CDP e ai suoi azionisti.
 
Seconda emergenza: disoccupazione
Durante l´ultima grande crisi, quella del 1992-94, in Italia andarono perduti un milione e quattrocentomila posti di lavoro. Non si tratta oggi di prevedere quanti ne perderemo nei prossimi mesi, ma di avere la consapevolezza che saranno tanti, e che diversamente da allora la quota dei nuovi disoccupati/e garantiti/e da schemi di sostegno (cassa integrazione, mobilità, prepensionamenti) sarà molto più bassa. Sono a rischio, infatti, ampie fasce di lavoro non più protette, o non sufficientemente protette, e certamente non prepensionabili, perché giovani.
La risposta a questa emergenza non può limitarsi a schemi di ingegneria finanziaria, come quello sopra descritto sulla questione della liquidità. Qui ci vuole uno scatto di reni della collettività nazionale: la consapevolezza che la crisi in cui siamo entrati richiede di riscoprire il senso della solidarietà e della mutualità. Un senso ben radicato nel nostro paese, fin dalla fine dell´Ottocento, ma che negli ultimi venticinque anni è stato troppo spesso considerato antico e desueto. E invece solo quelle radici potranno, forse, salvarci.
Garantire il reddito dei nuovi/e disoccupati/e non coperti/e da schemi di protezione (lavoratori/trici di settori e imprese non coperti dalla CIG, dipendenti di imprese artigiane, apprendisti, cocopro e cococo) serve anche a sostenere i consumi, perché migliora il potere d´acquisto di fasce che rischiano di cadere nella povertà. Ma non è questa la principale motivazione politica della nostra proposta. Si tratta, prima ancora del sostegno dei consumi, di dare un segnale di solidarietà a chi viene colpito dalla crisi e di mantenere inalterato un capitale umano, con le sue conoscenze e le sue abilità, che rischia di andare distrutto, e con esso un capitale sociale di dimensioni difficilmente calcolabili.
La proposta del Partito Democratico è di istituire un nuovo Fondo di tutela per la garanzia del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici non coperti da schemi esistenti. L´obiettivo è di garantire ai non garantiti almeno il cinquanta per cento dei trattamenti previsti dalla legislazione oggi vigente in materia di integrazione salariale e di disoccupazione. Sono previste norme per evitare comportamenti opportunistici (patti di servizio, ruolo degli enti bilaterali, ecc.), già concordate con le parti sociali nel protocollo sul welfare firmato l´anno scorso dal precedente governo. E´ previsto che il Fondo di tutela agisca in via temporanea ed emergenziale, in attesa della riforma complessiva degli ammortizzatori sociali, per la quale esiste già un disegno di legge delega elaborato dal governo precedente e che, secondo il Partito Democratico, il Parlamento dovrebbe esaminare in via prioritaria nei prossimi mesi. Il Fondo viene rifornito di risorse provenienti dalla fiscalità generale, oltre che di una quota di contributi da parte delle imprese.
 
Terza emergenza: i redditi
La proposta del governo è un "bonus" famiglia del valore di 2,4 miliardi: meno dello 0,2% del Pil. Noi crediamo che sia troppo poco, e che si possa e si debba fare di più, in relazione all´obiettivo di sostenere i redditi e i consumi. In sequenza, proponiamo negli emendamenti del Partito Democratico: (a) un aumento fino al 20% degli assegni familiari, che aumenta di circa 300 euro il "bonus" famiglia a chi ne sarà beneficiario ed amplia la platea dei beneficiari a famiglie di reddito medio-basso per 150-200 euro a figlio, a seconda dei livelli di reddito; (b) un aumento delle detrazioni fiscali riconosciute per il lavoro dipendente e per le pensioni; (c) una riforma degli istituti fiscali di sostegno alle famiglie, con il riaccorpamento degli assegni familiari e delle detrazioni per carichi familiari e la loro estensione a tutte la famiglie, indipendentemente dalla condizione lavorativa; (d) un aumento delle soglie di deducibilità per i pagamenti di interessi su mutui per l´acquisto della prima casa.
 
Quarta emergenza: mezzogiorno
Non è solo la crisi a determinare un nuovo allontanamento del mezzogiorno dal resto d´Italia e d´Europa, con conseguenze sociali drammatiche. E´ anche un´incertezza strategica sul "che fare" nel mezzogiorno, dopo che molte delle azioni messe in campo in passato sembrano avere avuto scarsa efficacia. Da questa incertezza si esce valutando le politiche del passato, discernendo fra quelle che hanno funzionato meglio a quelle meno efficaci, rafforzando gli organismi tecnici preposti alla realizzazione delle politiche, sia quelli nazionali sia quelli locali. E riconoscendo che, diversamente da quanto avvenuto nelle regioni orientali della Germania, piuttosto che in quelle spagnole, la quantità delle risorse messe in campo negli ultimi quindici anni, dalla fine dell´intervento straordinario, e la qualità della regolazione a cui sono state sottoposte sono state assolutamente inferiori. E questo, da solo, spiega una parte della carente efficacia che possiamo oggi vedere a posteriori: soprattutto è mancato, accanto all´intervento aggiuntivo, quello ordinario, restato costantemente al di sotto del necessario in tutti i campi cruciali, dai trasporti alle infrastrutture viarie e ambientali, e ciò nonostante i vincoli di legge.
Di fronte a questa incertezza, però, il governo da sei mesi risponde nel modo più incredibile: semplicemente, destinando altrove le risorse programmate dal precedente governo per gli anni 2007-2013 al superamento del divario strutturale delle regioni del sud. Nella nostra proposta, invece, si avvia il parziale ripristino delle risorse del FAS, con il recupero di 2 miliardi. Si propone anche il pieno ripristino dei meccanismi del credito d´imposta per gli investimenti e per la ricerca.
 
Quinta emergenza: investimenti pubblici
Il governo propone di riprogrammare le risorse già stanziate per investimenti pubblici. Ma questo non assicura un´immediata spendibilità di almeno una quota di queste risorse, e cioè quello che è necessario per un intervento di carattere congiunturale. Anzi, i nuovi investimenti da considerare devono, secondo il governo, essere in possesso del solo progetto preliminare: e ciò significa che, prima di poter diventare cantierabili, dovranno passare almeno due o tre anni. E´ una grande ipocrisia, che serve semplicemente a cancellare progetti approvati dalle precedenti amministrazioni per far posto ad altri preferiti dalle nuove: si riproduce così uno dei motivi che ritardano la spesa per investimenti nel nostro paese. Basti pensare al caso di Roma, dove la nuova amministrazione nei primi otto mesi non ha fatto altro che cancellare progetti che aveva ereditato dalla precedente (parcheggio del Pincio, torri dell´Eur, riqualificazione della vecchia Fiera di Roma, ecc.) per puri motivi di bandiera politica, ma senza avanzare progetti alternativi.
Molto meglio, secondo il Partito Democratico, affidarsi alla capacità delle amministrazioni locali, e soprattutto di quelle comunali, di individuare e mettere in campo con immediatezza programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria: delle scuole, del verde pubblico, dei beni artistici e culturali, delle periferie. A questo fine, i nostri emendamenti prevedono la possibilità per gli enti locali non solo di avere più risorse, ma soprattutto di spendere quelle che sono già in loro possesso tramite l´attenuazione dei vincoli del patto di stabilità per gli investimenti di manutenzione ordinaria e straordinaria. E molto meglio ripristinare gli incentivi automatici per le ristrutturazioni edilizie finalizzate al risparmio energetico: non solo va eliminata la follia del taglio retroattivo di tali incentivi, ma su questa strada si deve continuare a investire anche in futuro.
 
Quanto costa e come si finanzia la manovra di contrasto alla crisi?
La nostra proposta costa un punto di Pil, circa 14 miliardi di euro: 3 miliardi per il sostegno alla disoccupazione, 7 miliardi per il sostegno ai redditi, 4 miliardi per investimenti e altri interventi. Resta al di sotto dei limiti proposti dall´Unione Europea, in considerazione della prudenza che deve tenere un paese come l´Italia fortemente esposto dal livello già elevato del debito pubblico. Eppure, è in gran parte autofinanziata dalle dinamiche endogene del bilancio.
Infatti, la riduzione dei tassi d´interesse da parte della Banca Centrale Europea (meno 1,75 punti da settembre ad oggi) farà risparmiare nel corso del 2009 al bilancio dello Stato almeno 5-6 miliardi per oneri sugli interessi sul debito pubblico. L´intervento reflattivo, seppur tardivo, insieme all´iniezione di liquidità connessa alla misura sui crediti delle pubbliche amministrazioni, frenerà la riduzione del Pil durante il 2009 e potrà avere un effetto positivo sull´evoluzione delle entrate fiscali stimabile in 0,3 punti di Pil. I restanti 5 miliardi, pari a poco più di 0,3 punti di Pil, potranno essere spalmati sui prossimi anni, anche rimandando al 2012 il raggiungimento dell´obiettivo del pareggio di bilancio: una decisione che hanno già preso tutti i più grandi paesi europei, esclusa la Germania.
Si tratta, insomma, di una proposta credibile e sostenibile. Che fornisce al paese uno scenario diverso da quello attuale, dominato dalla paura e dalla divisione. Uno scenario in cui, al centro della politica, torna la solidarietà e l´impegno collettivo a unirsi per affrontare una crisi storica di dimensioni ancora fino in fondo non prevedibili.
 
 
 
 
 
 
 
 

 
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