Roma, 20 Marzo 2019  
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Marco Causi

Professore di Economia industriale e di Economia applicata, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre.
Deputato dal 2008 al 2018.

La soluzione più conveniente non è sempre quella liberistica del lasciar fare e del lasciar passare, potendo invece essere, caso per caso, di sorveglianza o diretto esercizio statale o comunale o altro ancora. Di fronte ai problemi concreti, l´economista non può essere mai né liberista né interventista, né socialista ad ogni costo.
Luigi Einaudi
 



31/10/2008 M.Causi
Banche e dintorni
Lo Stato aiuta le banche. Come? Con quali benefici per l´intera economia? Con quale capacità di controllare?
Il "nuovo" intervento pubblico in economia richiede nuove regole e criteri di trasparenza
I decreti "salva-banche" hanno cominciato il loro percorso per l´approvazione in Parlamento. Intanto, il Governo sta decidendo ulteriori modifiche all´apparato del nuovo intervento pubblico nel settore bancario e finanziario a cui hanno aperto la strada, sulla scia della crisi, le recenti decisioni europee e internazionali.
Le motivazioni che stanno alla base di un intervento pubblico di urgenza per evitare fallimenti, o situazioni di difficoltà, di istituti bancari sono condivisibili, e hanno a che fare con la natura pubblica del risparmio, non a caso tutelato nella Costituzione, e con l´impatto devastante che avrebbe sull´economia una crisi di fiducia dei depositanti e dei risparmiatori nei confronti delle banche.
E´ chiaro che la crisi in corso avrà inevitabilmente effetti anche di tipo reale. Per contrastarli occorre una coraggiosa politica economica di sostegno all´economia e ai redditi: detrazioni fiscali per le famiglie, a partire dalle tredicesime di dicembre, con un intervento possibilmente concordato da tutti i paesi europei; estensione dei meccanismi di protezione sociale a sostegno delle persone che rischiano, nei prossimi mesi, di perdere il lavoro e che non hanno copertura assicurativa contro la disoccupazione nel nostro incompleto sistema di welfare; estensione dei meccanismi di garanzia del credito per le piccole e medie imprese; un rilancio straordinario delle politiche per le infrastrutture pubbliche, sostenuto in Italia dalla mobilitazione delle risorse che la Cassa Depositi e Prestiti drena grazie al risparmio postale, e anch´esso possibilmente proiettato a livello europeo, cominciando a finanziare le infrastrutture europee con l´emissione di titoli pubblici dell´Unione, come fu proposto vent´anni fa da Delors e colpevolmente contrastato dalle destre e dai conservatori europei, compreso il centro-destra nostrano, che allora era "euroscettico".
Ma bisogna anche discutere con più trasparenza e attenzione le modalità che potrà assumere questo "nuovo" intervento pubblico. Il fatto che esso sia necessario, e anche urgente, non può far dimenticare che conta anche il "come" lo Stato interviene in economia. E il fatto che si tratti di questioni "tecniche" non è un argomento accettabile, perchè in democrazia si deve far circolare una corretta informazione, accessibile a tutti, su tutte le questioni pubbliche, anche su quelle complicate, ma gravide di conseguenze politiche.
foto di uliano lucas
Il primo punto riguarda la possibilità che lo Stato diventi azionista delle banche, com´è successo in Gran Bretagna. La posizione che mi sembra più corretta, contenuta negli emendamenti proposti dal Partito Democratico, è che ciò debba avvenire solo nei casi estremi, quando la banca è sull´orlo dell´insolvenza o di una grave crisi di liquidità, come stava in effetti accadendo ad alcune banche inglesi. In tutti gli altri casi l´intervento pubblico può assumere la forma più "leggera" dell´acquisto da parte dello Stato di obbligazioni o altri strumenti simili emessi dalle banche. E´ questa la strada scelta dalla Francia.
Il secondo punto è che la valutazione dell´"adeguatezza patrimoniale" delle banche, che la Banca d´Italia dovrà effettuare per proporre, se necessario, l´intervento dello Stato, deve tenere conto dei flussi di credito effettivamente erogati negli ultimi mesi, al confronto con analoghe fasi cicliche, per evitare che alcuni istituti, pur di "rientrare" velocemente nei coefficienti richiesti, abbiano contratto o stiano contraendo in modo anomalo i flussi di finanziamento ordinari al sistema delle imprese, e soprattutto a quelle di più piccola dimensione. Bisogna evitare un paradosso: pur essendo il sistema bancario italiano quello che sembra uscire meglio dalla crisi, l´atteggiamento di "contrazione del credito" che sembra in questa fase attraversarlo potrebbe far trasmettere all´economia reale il colpo della crisi molto più velocemente di quanto stia accadendo in altri paesi europei, e ciò anche perché le nostre piccole imprese sono molto sensibili alle condizioni creditizie.
Il terzo punto, che è quello più importante, riguarda che cosa lo Stato chiede in cambio alle banche che vengono aiutate a tirarsi fuori dai pasticci grazie al suo intervento, e quindi con risorse direttamente o indirettamente a carico dei contribuenti. Affinchè la politica pubblica non si limiti a "salvare le banche", ma possa esercitare un vero effetto di stabilizzazione sui mercati finanziari, i benefici dell´intervento devono arrivare fino alle famiglie e alle imprese.
Alle banche "aiutate" vanno poste allora almeno tre condizioni.
Primo, di aiutare a loro volta le famiglie. E lo possono fare in due modi: abbassando i tassi variabili a cui sono agganciati i pagamenti dei mutui per l´acquisto della prima casa, trasmettendo così immediatamente a vantaggio delle famiglie il minor costo che le stesse banche hanno ottenuto per i loro finanziamenti, garantiti dalle Banche Centrali e dai Governi, e quindi meno costosi di quanto avvenisse appena qualche settimana fa; e impegnandosi a non far scattare le ipoteche sulle prime case delle famiglie in difficoltà, promuovendo appositi schemi che consentano a queste famiglie, almeno, di non perdere la possibilità di alloggiare nelle case che hanno comprato ma che non sono più in grado di pagare.
Secondo, di aiutare a loro volta le piccole e piccolissime imprese, impegnandosi a mantenere inalterato il trend storico dei flussi di credito erogati a questo importante comparto del sistema produttivo italiano.
Terzo, di modificare gli schemi retributivi del proprio management, escludendo per almeno un anno la corresponsione di premi e bonus e rivedendo poi il complessivo schema di incentivazione dei manager, ancorandolo non più a obiettivi di breve termine, ma a parametri di lungo periodo.
Fin qui, si tratta di proposte contenute negli emendamenti elaborati dal Partito Democratico.
Ma c´è ancora un ulteriore punto di discussione e di decisione politica: come può lo Stato garantire a sé stesso e ai cittadini che questi impegni vengano assolti? In Gran Bretagna lo Stato è diventato azionista di alcune banche e ha acquisito il diritto a indicare, nei rispettivi consigli di amministrazione, alcuni amministratori. La limitazione è che deve trattarsi di amministratori non esecutivi, quindi privi di deleghe gestionali, la cui missione si limita all´indirizzo e al controllo, in particolare il controllo dell´attuazione degli impegni assunti dalla banca con lo stesso Stato. In Francia lo Stato è diventato obbligazionista e controllerà gli impegni assunti dalle banche aiutate tramite una tecnostruttura pubblica che sarà l´effettiva proprietaria delle obbligazioni.
In Italia c´è un´incredibile timidezza (ipocrisia?) a discutere di questo argomento. Chi propone (sottovoce) il modello inglese viene accusato di essere la mosca cocchiera di Tremonti e delle mire espansionistiche di Berlusconi, che vorrebbe mettere le mani sulle banche e licenziarne i top manager. Chi propone (ancor più sottovoce) il modello francese, viene accusato di volere rifare l´Iri, di essere un dirigista che vuole il ritorno della politica nel mercato e delle lottizzazioni nelle aziende.
A me sembra che ci siano in questi atteggiamenti alcuni ritardi culturali e di elaborazione politica che vanno velocemente superati. Se infatti siamo entrati in una fase storica in cui la politica economica ridiventa attiva e l´intervento pubblico in economia torna ad aumentare, non ci si può non porre il problema degli strumenti, dei criteri, delle procedure (e della trasparenza) del "nuovo" intervento pubblico. Anche elaborando modelli e strumenti innovativi, che evitino di riprodurre gli errori del passato. Ma evitando che un passato, ormai così lontano e così talmente fuori contesto rispetto al dramma della crisi economica di oggi, condizioni il nostro paese e la nostra cultura fino al punto di renderci incapaci di dare risposte concrete e credibili ai problemi del presente.
Vogliamo, per favore, superare questo stallo? Ecco una proposta, aperta alla discussione.
Se lo Stato diventa azionista, allora si faccia come in Gran Bretagna, e cioè si nominino amministratori non esecutivi per conto dell´azionista Stato, e li si scelgano fra i dirigenti di ruolo del Ministero dell´economia e delle finanze, con preferenza per quelli forniti di abilitazione negli albi dei revisori contabili e dei dottori commercialisti. Se lo Stato diventa obbligazionista, allora si raccolgano queste obbligazioni sotto una gestione separata del Ministero dell´economia e delle finanze, costituendo un comitato di gestione professionale, interamente tecnico e composto da dirigenti dello stesso Ministero e della Banca d´Italia. In entrambe i casi, il Ministro dell´economia e delle finanze riporti al Parlamento e all´opinione pubblica l´andamento dell´attuazione dei piani di stabilizzazione concordati con gli istituti bancari di cui è diventato azionista oppure obbligazionista. Un "reporting" che dovrebbe essere mensile per i primi sei mesi, e successivamente trimestrale.
E´ solo una proposta. Altre sono possibili, e sono possibili variazioni di questa. Ma è arrivato il momento di elaborare idee sulla "governance" del nuovo intervento pubblico, per superare uno stallo che rischia di portare il decisore politico verso uno scenario di grande incertezza e discrezionalità. Da alcuni, forse, voluta e desiderata. Ma certamente da rifiutare da parte della cultura economico-politica più avveduta del paese.
Marco Causi
 

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